Elena. In Giappone con Giorgio Morandi

Dicembre 2015 – Tre dei cinquanta Morandi della Collezione Magnani hanno lasciato temporaneamente la Villa dei Capolavori per raggiungere il Giappone ospiti del Museo della prefettura di Hyogo a Kobe e della Station Gallery di Tokyo nel corso della mostra “Morandi: Infinite Variations”. Ad accompagnare i Morandi nel paese del sol levante Elena Ravazzi Asada, una delle ragazze dello staff della Fondazione.

Il tuo nome svela le radici un popolo così diverso dal nostro, il Giappone, che a una lettura rapida ci sembra sempre curioso e originale ma anche molto bizzarro. È davvero così? Queste due culture sono in conflitto dentro di te, o si bilanciano in modo equilibrato?
Se si pensa al Giappone subito si evocano immagini legate ad un mondo passato, a cerimonie antichissime, realtà comunque ancora estremamente vive e presenti nella vita quotidiana; allo stesso tempo non si può non pensare anche alle grandi innovazioni tecnologiche che hanno reso questo paese uno dei più avanzati e sviluppati a livello mondiale. Questa armoniosa convivenza tra antico e nuovo, tra tradizione ed innovazione risiede nel fatto che il Giappone, fin dalle sue origini, di fronte alla novità non ha reagito mai con il timore di perdere la propria identità, bensì con lo stimolo di poter migliorare ulteriormente quanto già era in suo possesso.

elena-ravazzi-asada-campigli
Elena Ravazzi Asada, durante la mostra Campigli, il 900 antico

Io possiedo un’impulsività tipicamente italiana e mi manca quel distacco emotivo diciamo zen, molto utile in certe situazioni. Personalmente apprezzo il calore che mettiamo noi italiani nelle relazioni interpersonali, d’altra parte mi sentento in perfetta sintonia con il gusto semplice e lineare giapponese, un innato pensiero di “wabi” e “sabi”.

Un popolo colto ma curioso e profondamente diverso, per certi aspetti, dai nostri modelli. C’è un senso dell’estetica assoluto o sono i condizionamenti culturali determino il senso estetico. Lo stesso quadro è bello sia in Giappone che in Italia?
Credo che ogni forma d’arte sia lo specchio della società in cui essa è calata. Certo ci sono valori di bellezza che sono universali e comunemente condivisi, ma nessuna forma di comunicazione non può non subire i riverberi di quanto la circondi a livello sociale, politico, culturale. L’estetica, la prima impressione che si da di sé sono concetti importantissimi. Molti si stupiscono, arrivati in Giappone, della pulizia e della precisione presenti ovunque, ma questo perché tutto parte da un concetto di ordine mentale personale e costantemente applicato: un ambiente sano migliora la resa lavorativa, propria e del gruppo, un pacchetto incartato con cura renderà più gradevole la sorpresa di chi lo riceve, la pulizia personale integra meglio il singolo nel gruppo sociale. Anche nell’arte questa pulizia compositiva si denota subito: il troppo esplicito, come il troppo esplicato, non piacciono, bisogna creare equilibrio tra pieni e vuoti, tra presenza e assenza e lasciare sempre un quid insoluto. Bisogna offrire alla mente la possibilità di guardare, rielaborare, capire e quindi sublimare, per cercare di raggiungere il messaggio profondo che l’artista vuole comunicare, e non soffermarsi sulle prime impressioni.

Giorgio Morandi, Natura Morta 1946
Giorgio Morandi, Natura Morta 1936, Fondazione Magnani Rocca.

Come ti spieghi questo grande interesse dei giapponesi per Morandi?
C’è una forte attinenza tra l’arte di Giorgio Morandi e il pensiero giapponese. La linearità compositiva, i colori tenui, l’evanescenza dei soggetti, da preferirsi al troppo particolareggiato, ma soprattutto la ripetizione costante di poche tematiche, portate avanti per tutta la carriera. Come la tradizione vuole, la padronanza della propria arte, del proprio mestiere, in Giappone arriva solo dopo aver ripetuto per infinite volte uno stesso disegno, uno stesso tema, senza mai variarlo, dopo lunghe osservazioni delle gestualità del proprio maestro: solo dopo aver sviscerato completamente ogni aspetto tecnico, compositivo, formale allora si avrà la capacità di creare in piena libertà, seguendo il proprio gusto. Così anche Morandi trovava una sfaccettatura inedita nelle sue composizioni, nelle sue bottiglie apparentemente ben conosciute, che egli doveva cercare di ricreare per dare vita a nuove sfumature, nuove estetiche, a nuove percezioni del bello.

elena-ravazzi-asada3

Parlaci del tuo viaggio in Giappone per la Fondazione Magnani Rocca
Ho avuto la stupenda opportunità di seguire tre opere di Morandi (due olii e un acquarello), appartenenti alla collezione permanente della Fondazione Magnani Rocca, richieste per allestire la mostra Morandi: Infinite Variations, presso il museo della prefettura di Hyogo, presso la città di Kobe, museo progettato dall’architetto giapponese Tadao Ando. Ho seguito tutti gli spostamenti delle “nostre” opere, dall’imballaggio in museo, al carico e scarico nei due aeroporti di partenza e arrivo, accompagnandoli perfino nel lungo trasferimento da Tokyo a Kobe via furgone, un viaggio lungo 520 km. Fino a vederle appese presso le sale di questo bellissimo museo. Una esperienza molto formativa. Ringrazio la Fondazione ma anche tutti i colleghi che erano lì ad accompagnare opere di altri musei italiani (Museo Morandi di Bologna, Museo ‘900 di Milano, GAM di Torino, GNAM di Roma, ecc.), con i quali si è creata una costruttiva sinergia, per cui ognuno metteva a disposizione la propria esperienza e competenza. La conoscenza della lingua giapponese mi ha aiutata molto, ed è stata a tratti fondamentale visto che i giapponesi non se la cavano benissimo con le lingue straniere.

 


Elena Ravazzi Asada è laureata in Lingue e Culture dell’Asia Orientale presso Ca’ Foscari di Venezia. Dopo aver lavorato come interprete in diverse occasioni, tra le quali per il Far East Film Festival di Udine e per il canale televisivo giapponese Fuji Tv è entrata a far parte dello staff della Fondazione Magnani Rocca. Quando possibile torna in Giappone per brevi periodi, alla scoperta di piccoli paesi, dove la cultura più autentica e tradizionale è ancora viva e sentita.