Luigi Magnani. L’ultima intervista

Nel 1984 pochi mesi prima di morire, Luigi Magnani viene intervistato da Carlo Bertelli, in vista dell’esposizione dei capolavori dell’arte antica della sua collezione al Palazzo Magnani di Reggio Emilia.

Professor Magnani, quale fu la sua iniziazione all’arte, fin dai più ricordi dell’infanzia? Ho avuto la fortuna di essermi scelto degli ottimi genitori. Mio padre amava la musica e mi accompagnava alla Scala e al Comunale di Bologna ove per la prima volta ascoltai il Tristano. Mia madre era appassionata per la letteratura e la pittura, ogni anno mi portava con sé nei suoi viaggi a visitare città, chiese e musei rendendomi partecipe del suo amore per l’arte. Il gusto per la pittura, per la musica, per la poesia nacque in me non disgiunto. Questo giustifica anche la varietà nei miei interessi culturali e del mio lavoro.

Pur essendo la sua una delle ultime, rare figure di conoscitore delle arti, lei ha tuttavia manifestato in ciascuna di esse un’applicazione assai specialistica. Vorrei sperarlo perché ho sempre cercato di condurre le mie indagini con il massimo impegno e rigore.

Oltre all’influenza dei genitori, ha avuto da adolescente un maestro o un compagno prediletto nella sua formazione artistica? Ho avuto un’adolescenza solitaria e malinconica, tristissime vicende familiari mi rinchiusero nella cerchia dei più intimi affetti. Ho letto sempre moltissimo. A Salisburgo ebbi la mia prima rivelazione e consacrazione musicale ascoltando le esecuzioni di Bruno Walter, di Furtwangler e di Toscanini. Furono giorni di beatitudine perfetta in quella città per me allora Santa.

Come si è manifestata la sua affezione per la arti figurative? Viaggiando, visitando i musei con l’animo aperto ad accogliere tutte le più svariate emozioni, dalle visioni celesti di Beato Angelico a quelle infernali di Bosch. Sedicenne ebbi il privilegio di visitare i musei d’Europa con l’impareggiabile Adolfo Venturi, padre della nostra storia dell’arte, che mi apprese a saper cogliere, al di là delle suggestive apparenze figurative di un’opera, ciò che in essa l’artista vi aveva colto ed espresso di più reale e di più profondo: la forma, pietra di paragone di ogni giudizio e di ogni scelta. Ancora studente liceale mi fu spontaneo e naturale prendere quale oggetto di studio diretto una statua del Cinquecento, il Giano bifronte che sta nella nostra casa, opera di un allievo di Michelangelo, Prospero Sogari detto il Clemente, attorno a cui andai componendo la mia prima monografia di un artista, cui seguì poco dopo quella di uno scultore modenese del Cinquecento Antonio Begarelli. Risalii poi, per farmi le ossa, agli studi sull’alto medioevo, e precisamente a quello sulle miniature del Sacramentario di Warmondo (inizio secolo undecimo) che fu pubblicato dalla Biblioteca Vaticana e che mi valse l’ambito invito, a redigere il corpus dei manoscritti di quella celebre biblioteca. Ma, per quanto affascinato da quel mondo di alta civiltà carolingia e ottomana, me ne dissuase l’attrazione che esercitava su di me il mondo della musica, della poesia, della pittura.

Come ha continuato in seguito ad alimentare il suo rapporto con il mondo dell’arte? Quali amicizie ha avuto in questo mondo? Frequentando artisti, interessandomi alla loro opera e facendone oggetto di studio. Tra le amicizie che mi furono più care vi è quella di Eugenio Montale. Egli soleva trascorrere frequenti periodi in campagna da noi, attento a cogliere, a riconoscere di ogni uccello del bosco il suo verso, pronto a costituire un comico rapporto tra ogni semplice evento familiare ed una frase tratta da un melodramma, che la sua voce baritonale faceva risuonare in tutta la casa. Serbo un caro e piacevole ricordo anche delle visite autunnali di Bernard Berenson e di Giorgio Morandi, tanto diversi tra loro ma che creavano, entrambi, intorno a noi un’aura di alta civiltà, di eletta spiritualità il cui ricordo ne rende anche più sensibile la nostalgia.

Perché lei sembra dispiacersi quando la si definisce un collezionista? Poiché questa definizione non corrisponde alla mia attività e non mi assomiglia. A differenza dei collezionisti non frequento gli antiquari, non vado alle aste, non visito le mostre. Ho, sì, un mio museo immaginario formato dalle opere più amate e ammirate nel tempo, e di altre che per qualche fatalità hanno preso corpo e sostanza reale presso di me, senza tuttavia che io faccia tra le une e le altre grande differenza. Esse sono per me tutte oggetto di uguale amore e degne della più devota contemplazione; abitano la mia mente come la mia casa e se per caso alcune di quest’ultime non risultavano degne di quella collocazione ideale, salivano in solaio mentre altre che passavano sul mio cielo, si posavano silenziosamente su quei vuoti come angeli.

Lei è stato testimone, pure nella sua solitudine, del recente cambia-mento dei costumi e dei rapporti tra la società e l’opera d’arte. Qual è il suo giudizio sul pubblico attuale dell’arte? Se è aumentato molto l’interesse per l’opera d’arte, in genere non c’è da illudersi che se ne sia raggiunta una migliore comprensione. È un fenomeno più di espansione che di approfondimento che può produrre equivoci e molta presunzione nel giudizio. Basta la visita a una mostra per accertarsene.

In Settembre ci sarà la mostra delle opere antiche della sua collezione. Ora, lei è notoriamente una persona molto discreta, riservata, selettiva nelle sue amicizie. L’ostentazione non le si addice. È la prima volta che si espongono le sue opere in questo modo. Che cosa l’ha indotta ad “aprirsi”, a rendersi pubblico? Per verità la collezione è stata sempre aperta e frequentemente visitata da studiosi e artisti, quanto inflessibilmente chiusa ai curiosi.

da Il Giornale dell’Arte, Torino, Umberto Allemandi editore, n.15, settembre 1984, pp. 19-20.