il mondo è POP, gridavano cinquant’anni fa

Sono le ultime ore della mostra ITALIA POP e delle Ninfee di Monet alla Villa dei Capolavori. Due eventi artistici che hanno attirato decine di migliaia di visitatori in cerca di bellezza. Isotta Langiu, una delle ragazze che si occupano delle visite guidate della fondazione e che, inoltre, ha curato la bibliografia del catalogo della mostra ITALIA POP, ci racconta i segreti e le curiosità di questo grande successo di pubblico e critica.

Domenico Gnoli, Reggiseno, 1964, acrilico e sabbia su tela
Domenico Gnoli, Reggiseno, 1964, acrilico e sabbia su tela

Con ITALIA POP la Fondazione ha provocato il pubblico, lo ha quasi sfidato accostando il quadro di un reggiseno al Goya, un rinoceronte giallo alla Melencholia di Dürer. Come ha reagito il pubblico all’invasione pop?
La mostra ITALIA POP è giovane, dirompente, anticonformista. I visitatori abituali della Fondazione sono inizialmente sorpresi, forse spiazzati, ma sicuramente divertiti del confronto ardito fra opere di taglio pop e opere classiche. Lo stupore si trasforma in interesse quando spiego le ragioni profonde di questi accostamenti. Ad esempio il Rinoceronte giallo in metacrilicato di Marotta posto a diretto confronto con le xilografie di Dürer che rappresentò nel 1515 il medesimo soggetto senza averne mai visto un esemplare da vicino. L’incisione di Dürer, nonostante tutte le imprecisioni, divenne così popolare da essere presa a modello fino al XVIII secolo per incisioni e dipinti.

“Il mondo è pop” gridavano 50 anni fa in occasione della XXXII Biennale di Venezia del 1964”. Perché la Pop art continua ad essere così interessante per le persone?
Per chi quegli anni li ha vissuti, o semplicemente attraversati, si tratta di un ritorno al passato con la consapevolezza del poi. Gli ideali politici e sociali, le urgenze stilistiche, i miti degli anni ’60 riprendono forma come echi di una straordinaria atmosfera.
I più giovani hanno sempre avuto il bisogno di trovare nuovi miti, icone contemporanee che abbiano la stessa forza dirompente di quelle del passato.

Isotta Langiu con Fernando De Filippi e Umberto Mariani
Isotta Langiu con Fernando De Filippi e Umberto Mariani

Sei una delle guide di ITALIA POP qual è l’opera che piace di più ai visitatori? E quale invece lascia i visitatori un po’ più perplessi?
L’opera che appassiona maggiormente i visitatori è anche quella che, all’inizio, li lascia più dubbiosi: il NO di Mario Schifano. La trovi all’inizio della mostra e ti colpisce forte come un pugno allo stomaco, un “NO” rosso sangue, urlato ferocemente non può passare inosservato.
Alla fine della visita guidata, ripassando davanti a quell’opera, il NO assume un nuovo significato e diventa un’icona, quasi il logo ideale della mostra.

 

Paradossalmente, l’opera più Pop della mostra è l’unica che non nasce come un intervento pop: è il Telefono di Michelangelo Pistoletto del 1970. Pochi anni prima arrivava nelle case degli italiani il nuovo apparecchio telefonico distribuito dalla SIP.
Un oggetto che diventa subito icona e che Pistoletto decide di trasformare in opera d’arte trasferendolo su una superficie specchiata.
Nessuno avrebbe mai immaginato che dopo 50 anni quello stesso telefono sarebbe diventato lo scenario preferito per i selfie dei visitatori di una mostra.
Curioso destino per un’opera pop, diventare a sua volta il soggetto di un’infinita serializzazione sui social network.

Per questa mostra hai curato la sezione bibliografica del catalogo insieme al co-curatore Walter Guadagnin. Nella tua ricerca hai scoperto qualcosa di inaspettato?
Mi sono resa conto che non esisteva una bibliografia precisa sul fenomeno della Pop Art in Italia. Questo perché troppo spesso è stata considerata come una semplice “costola” della Pop Art americana, quasi una sua propaggine provinciale.
E’ stato affascinante rintracciare gli scritti, le poesie e il materiale epistolare degli artisti presenti in mostra. Sembrava di sentire riaffiorare le atmosfere così dense di quegli anni.

PO(P)LITICA?
L’ultima sala della mostra si intitola PO(P)LITICA e rappresenta gli anni più caldi della Pop art italiana. Mi piace concludere il percorso guidato proprio con il racconto del clima del giugno 1968. A Venezia fervono i preparativi per l’inaugurazione della Biennale. La mattina del 18 Giugno, quando vengono aperti i cancelli per la visita dedicata ai critici, lo spettacolo che questi si trovano di fronte è inatteso: molti padiglioni sono completamente chiusi o, peggio, vuoti. Le rare opere esposte sono state voltate o gettate a terra.
 “Sotto le condizioni presenti della Biennale non vogliamo aprire la nostra esposizione” recita un cartello davanti al padiglione dell’URSS. L’ingresso al padiglione francese è sbarrato, mentre in quello italiano Gastone Novelli e Lorenzo Guerrini sono intenti a rivoltare quadri.
Alle proteste dei critici risponderanno “Le opere sono mie e ne faccio quello che voglio”.

Fernando De Filippi - Sull'asse della memoria cm 140x140-1969
Fernando De Filippi – Sull’asse della memoria cm 140×140 (1969)

E’ il segno che la rivolta dalle fabbriche e dalle università sono arrivate anche nel mondo dell’Arte. In mostra c’è una foto di Ugo Mulas che ritrae Giangiacomo Spadari arrestato dalla Polizia alla Biennale ed è quella che meglio incarna lo spirito di contestazione di quegli anni.

Il clima è ormai mutato, i miti ai quali rivolgersi non vengono più dal passato (come Botticelli per Giosetta Fioroni o Michelangelo per Tano Festa). Le nuove icone ma sono i leader politici del momento ed ecco allora che a chiudere la mostra c’è un Che Guevara che campeggia su un’impressionante fondo blu elettrico.

In tantissimi in fila per vedere il Monet, una folla sorprendente.
Cos’hanno di così speciale le Ninfee e perché vale la pena di vederle?
Lavoro già da alcuni anni per la Fondazione ma, ad essere sincera, non avevo mai visto una coda così. Abbiamo addirittura dovuto istituire dei turni di visita per il piano superiore. Credo che il segreto sia nel linguaggio di Monet, che sa essere universale e sa sorprendere, sempre.

Con le Ninfee è riuscito a fermare il tempo, ha reso un’immagine eterna conducendoci in un spazio ideale, come realmente fu per lui il giardino di Giverny. Un non-luogo dove regna armonia e serenità. Un motivo in più per vederle è rappresentato dall’unicità dell’evento: tra pochi giorni torneranno al Denver Art Museum.

Tiziano a Denver, Morandi a Tokyo, Goya a Londra, secondo te qual è l’opera più pop della collezione Magnani Rocca?
Sicuramente il Goya. Tutti i nostri visitatori sanno della sua presenza, forse non ne conoscono la storia, ma difficilmente se ne vanno dalla Villa dei Capolavori senza averlo ammirato. Succede spesso che alla fine di una visita guidata qualcuno mi chieda di poter tornare indietro per “un ultimo” saluto al Goya, come se fosse un amico di famiglia.

Mario Schifano - compagni compagni (1968) smalto e spray su tela e perspex
Mario Schifano – compagni compagni (1968) smalto e spray su tela e perspex

Cosa pensi che abbia lasciato la Pop art italiana nell’arte contemporanea?
Ognuno degli artisti in mostra ha subito influenze dal passato e influenzato in qualche modo l’arte dopo di lui. I precursori, gli artisti degli anni ‘60 guardavano alle simbologie del passato che Roma offriva ai loro occhi e lasceranno in eredità agli anni ‘70 le tematiche politiche, la contestazione, i nuovi miti legati al futuro. Altri ancora avevano già iniziato una ricerca che porterà all’Arte Povera. Ma saranno soprattutto il Design e la moda ad essere debitori della Pop Art. La serialità, principio fondante di questo nuovo fare artistico porterà anche nell’arredamento ad una sorprendente rivoluzione.

E’ così che la Pop Art, supportata dalla forza di persuasione della televisione, è entrata nelle nostre case trasformando il nostro modo di abitare quotidiano attraverso la plastica, i colori vivaci, le linee sinuose. Sedie, divani e poltrone cambieranno forma e colore, ma anche destinazione e modo d’uso, per adattarsi ad un modo di vivere decisamente anticonformista.

Cosa significa ITALIA POP?
ITALIA POP é l’occasione per rivivere i ruggenti anni ’60 con le luci, i suoni, i colori, le speranze di un decennio ancora vivo nell’immaginario collettivo. A condurre il visitatore i protagonisti di quell’epoca: gli attori e le attrici del cinema e della tv, i volti della pubblicità che hanno accompagnato i nostri acquisti fino ad oggi, i giovani liberi di abbandonare il formale giacca e cravatta per cedere il passo ai jeans e capelli lunghi, le ragazze in minigonna,i cantanti che si esibiscono nella più famosa discoteca di Roma, il Piper, così come le macchine più famose del momento, dalla mitica FIAT 500 alla ALFA Giulia guidata dalla Polizia.


Isotta Langiu si è laureata in Discipline dell’Arte all’Università degli Studi di Bologna con una tesi in Semiotica dell’arte. Da anni si occupa di catalogazione e didattica museale lavorando presso la Galleria nazionale di Parma, il Museo Archeologico Nazionale e la Biblioteca Palatina. Collabora con diverse scuole di Parma e Provincia e con l’Università di Parma. Dal 2008 lavora come Guida turistica della Regione Emilia Romagna. Dal 2010 collabora con la Fondazione Magnani Rocca.