Rita in viaggio con Tiziano (verso il Denver Art Museum)

Ottobre 2016 – una delle perle assolute della Collezione di Luigi Magnani vola negli Stati Uniti per la mostra Glory of Venice. Ad accompagnarla c’è Rita Rozzi.

Al Dever Art Museum, in Colorado, proprio in questi giorni apre la mostra Glory of Venice, dedicata al Rinascimento veneto. Rita è restauratrice e conservatrice e collabora con la Fondazione Magnani Rocca da diversi anni, per questo è stata incaricata di accompagnare il Tiziano della Collezione Magnani nel suo viaggio verso gli Stati Uniti.

“Ho seguito tutti i momenti più importanti di questa delicatissima operazione, dal momento di imballaggio dell’opera al suo trasporto in aeroporto per poi essere imbarcato insieme alle opere della Galleria dell’Accademia di Venezia in uno speciale volo cargo le cui uniche passeggere eravamo noi courier. Ad attenderci alla fine del lungo tragitto c’era Angelica Daneo, co-curatrice della mostra, il direttore del museo e la responsabile della conservazione. Ho seguito personalmente l’apertura della cassa e controllato le condizioni dell’opera che ha sopportato il viaggio senza problemi: era perfettamente intatta. Ora il Tiziano è posizionato proprio alla fine di Glory of Venice, in una posizione di massimo rilievo ed è stato scelto anche come immagine della mostra.”

Si dice spesso che noi italiani, “abituati” ai tanti capolavori che ci circondano, non sappiamo apprezzare il patrimonio artistico del nostro Paese, che invece all’estero viene molto amato. Secondo te perchè la nostra cultura è così magnetica e attrattiva per gli altri paesi, e in particolare per gli americani?
A differenza nostra un americano non ha la possibilità di incontrare nella vita quotidiana opere che vadano al di là dell’ottocento. È raro vivere l’incontro con un’opera antica, assaporare da vicino la tecnica, l’impressionante fattura, le velature, il chiaroscuro, la vibrazione della pennellata, la capacità di rappresentare la realtà attraverso il pennello. Prendiamo il Tiziano per esempio, i capelli di Santa Caterina sembrano cesellati, sono quasi fiamminghi. Per gli americani ospitare un’opera di questo valore, in cui persino la cornice in foglia d’oro esprime un’artigianalità straordinaria, è un vero onore perché si tratta di un’esperienza che l’arte contemporanea non permette.

l'arrivo dell'opera al Denver Art Museum

Il delicatissimo momento dell’apertura della cassa contenente il Tiziano all’arrivo presso il Denver Art Museum

Lo stesso direttore del Denver Art Museum era sinceramente estasiato davanti al Tiziano della Fondazione. Sono opere che riescono a essere così emozionanti in virtù di un’estrema delicatezza, un’eleganza formale, una grazia arcaica del corpo. Noi oggi siamo abituati al linguaggio pubblicitario, esplicito, quasi volgare. Nella Sacra conversazione invece tutto si svolge attraverso il gioco degli sguardi. È questa l’eredità di pittori che come Tiziano erano anche intellettuali raffinatissimi.

Abbiamo visto che il DAM accosta mostre come Glory Of Venice a mostre più vicine allo show come quella sui costumi di Star Wars. È un’impostazione molto diversa dal modo di intendere le mostre in Italia. Che differenza hai notato tra la concezione dell’esposizione artistica nei musei americani rispetto a quelli italiani?
Questo tema della spettacolarizzazione fa parte della storia della cultura americana, non per niente sono gli inventori di Hollywood e della pubblicità, ed è da qui che nasce ad esempio tutto il discorso della Pop Art. Questo è il materiale che hanno vicino, a disposizione, i costumi di Star Wars sono sicuramente più reperibili di un Van Gogh. E anche Star Wars nasce da un percorso di ricerca artistica fatto dai disegnatori, costumisti, scenografi. Tuttavia la tendenza alla spettacolarizzazione rischia di comunicare in modo superficiale, di non arrivare veramente a toccare gli spettatori con un contenuto. A questo punto entra in gioco il ruolo fondamentale dei curatori che devono andare incontro al gusto e alla sensibilità del pubblico rimanendo coscienti del percorso culturale che stanno costruendo. In questo senso posso dire che al DAM ho trovato professionisti di altissimo livello, provenienti da tutto il mondo.

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Denver Art Museum (interno)
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Denver Art Museum (esterno)

Il DAM è invaso dalla classicità del rinascimento veneziano mentre in questo momento la Villa dei Capolavori è invasa dalla pop art italiana. L’immagine più sorprendente è lo struzzo di plastica davanti al Van Dyck. Le contaminazioni tra antico e moderno fanno bene all’arte? Ci danno modo di riflettere?
La Pop Art italiana ha sempre riconosciuto un debito nei confronti dell’arte antica, basta osservare i quadri di Giosetta Fioroni o di Tano Festa in mostra, per cui non ci vedo niente di strano nell’idea di mettere uno struzzo di Gino Marotta davanti al Van Dyck o un rinoceronte a fianco delle stampe di Dűrer. Nel caso del Denver Museum invece il contrasto tra il linguaggio contemporaneo e la grazia classica del Rinascimento Veneziano è molto più evidente, è uno strappo che costringe a confrontarsi con una sensibilità diversa, non ancora conosciuta dallo spettatore.

Il Denver Museum ospita una delle più importanti collezioni sulla storia dei nativi americani a fianco di una collezione di arte contemporanea. Pensi che Tiziano si troverà a suo agio in compagnia dei pellerossa, di Andy Warhol e Damien Hirst? Warhol e Tiziano offrono due diverse posizioni per riflettere sulla nostra esistenza e penso che questo sia lo scopo fondamentale dell’arte, aiutare le persone a crescere, a farci riflettere sulla nostra esistenza arricchendoci emotivamente e culturalmente. Non so se Tiziano si sentirà a suo agio, ma dopotutto la sua è solo una vacanza, la sua casa è la Villa dei Capolavori.

Denver o Mamiano?
Mamiano, senza ombra di dubbio. Denver è una città interessante, ma non rappresenta certo l’ideale di metropoli statunitense. Ecco, se dovessi scegliere tra Mamiano e New York sarei già più in difficoltà.

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Ti occupi di assistenza agli allestimenti, gestione dello staff e team nell’organizzazione di una mostra. Qual’è il lato più appassionante del tuo lavoro?
Lavorare a fianco dei curatori e condividere la parte di lavoro legata all’allestimento delle mostre è la parte del mio lavoro che mi piace di più. Mi dà gioia sapere che ci saranno persone che avranno la possibilità di crescere e di fare esperienze nuove attraverso il contatto con l’arte. Come restauratrice poi ho un privilegio speciale. Io le opere le posso toccare. Poter toccare con mano un quadro mi permette un’ulteriore vicinanza, sperimento un percorso nella mente stessa dell’artista attraverso questo contatto. e’ un momento che genera quasi un panico reverenziale, una forma di rispetto estremo, è un’emozione indescrivibile.

C’è un’immagine di questo viaggio che porterai sempre con te?
C’è stato un momento durante il volo, era notte, fuori dal finestrino vedevo il carro maggiore e la luna luminosissima circondata da una piccola nuvola. Per un attimo ho pensato “sono qua, sopra l’oceano con Tiziano” in quel momento mi sono sentita molto vicina all’artista, non all’opera, ma a lui come essere umano.

 


Rita Rozzi collabora con la Fondazione Magnani Rocca dal 2010 ed ha scritto testi critici per le mostre Campigli il Novecento antico, Tolouse Lautrec e la Parigi della Belle Epoque e altre. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, si occupa dell’organizzazione di eventi culturali a Parma. All’aspetto umanistico affianca una solida preparazione tecnica, è insegnante di pittura e disegno, restauratrice e consulente nelle perizie diagnostiche sulle opere d’arte.