Dall’acqua alla materia: l’evoluzione delle tecniche artistiche nelle opere di Luigi Magnani

Luigi Magnani riuscì a dare vita ad una raccolta armoniosamente eterogenea e unica, non solo per quanto riguarda le tematiche rappresentate, ma soprattutto per la varietà dei materiali impiegati dagli artisti. Nella collezione della Villa di Mamiano, è possibile di conseguenza analizzare il valore estetico e semantico che le tecniche conferiscono alle opere.

Laszlo Vinkler, Ritratto di Luigi Magnani, 1936, olio su tela

Dall’acqua…

Uno sguardo languido e malinconico accoglie il visitatore all’entrata della mostra “L’ultimo romantico“; è quello di Luigi Magnani, fissato sulla tela dall’abile mano di László Vinkler, eccellente ritrattista che ha fatto dei colori ad olio la propria tecnica d’eccezione. Tuttavia sono le due piccole cornici che lo affiancano a catturare la nostra attenzione, che racchiudono due acquerelli particolarmente significativi per Magnani, eseguiti da Paul Cézanne e dall’amico Giorgio Morandi. Come post-impressionista, Cézanne utilizzò abilmente questa tecnica per creare innumerevoli visioni, nelle quali riesce a giocare sulla luce e sui colori producendo una combinazione affascinante, leggera, ariosa.

Paul Cèzanne, Paysage provençal, 1900-1904

Morandi, invece, si dedicò all’acquerello negli ultimi anni della carriera, quando esplorò tecniche e linguaggi nuovi da affiancare all’amata pittura ad olio. Come sbuffi di colore su carta, i soggetti rappresentati da Morandi trasportano l’osservatore all’interno di oggetti noti come bottiglie, bicchieri, caraffe, ed è questa l’intenzione dell’artista: immergersi nell’opera, dentro la delicatezza del materiale pittorico, sospinti da una pittura che l’acquerello rende aerea ed ispirata. Ne deriva un’immagine intima, quasi segreta, che coinvolge l’osservatore e lo cattura. Gli acquerelli della Fondazione divergono sui temi, passando da eteree nature morte a rarefatti paesaggi, poco figurativi ma luminosi e spirituali.

Perfino Wols e Jean Fautrier tentarono la strada dell’acquerello: per entrambi lo sperimentare paesaggi in tinte tenui è stato un passaggio essenziale per contrastare il figurativo e distaccarsi da ogni esperienza artistica precedente. Una tecnica utilizzata quindi per andare oltre la rappresentazione tipica della realtà, puramente figurativa, per elaborare un linguaggio artistico opposto.

Tra olio e acqueforti

Tuttavia, sono le opere ad olio che occupano gran parte delle sale della collezione, tecnica consolidata e più tradizionale, una delle più diffuse per la sua duttilità e ottima resa esecutiva.

Giorgio Morandi, Cortile di via Fondazza, 1954

Luigi Magnani sapeva però apprezzare e comprendere tecniche di molti generi; ne sono esempio le meravigliose acqueforti di Morandi, che Cesare Brandi ci conferma essere il fulcro della sua forma artistica. L’utilizzo frequente della tecnica dell’acquaforte, la cui origine risale, si pensa, al Medioevo, fu significativo nella vita dell’artista, tanto da ottenere una cattedra all’Accademia delle Belle Arti di Bologna proprio nella classe di incisione. Realizzate su diversi supporti cartacei di colori che spaziano sui toni del bianco-avorio, erano talvolta completate con il procedimento dell’acquatinta, una variante del processo principale. La tecnica dell’incisione è stata utilizzata anche da un grande maestro del Cinquecento che ricordiamo nella collezione non solo per la famosa Madonna col bambino, ma proprio per le sue incisioni a bulino, il più antico procedimento calcografico, tra le quali la più nota rimane Melencolia I (1514): Albrecht Dürer.

Albrecht Durer. Melencolia I, 1514

Alla materia ed il movimento

Superando la tradizione, ecco il movimento attraverso un “giocattolo” per bambini, la Danseuse Articuleé, realizzato da Gino Severini nel 1915. Le diverse parti in cartone vengono mosse da cordicelle inserite nell’opera, rendendo l’immagine un insieme di visioni differenti e creando quel dinamismo che i futuristi ricercavano. La collezione di Luigi Magnani raccoglie le tante differenze tecniche che compongono il mondo dell’arte e affianca alla ballerina un bassorilievo bronzeo dello scultore Giacomo Manzù, altro amico intimo e assiduo frequentatore della Villa. Orfeo I e Orfeo II (1960), sono bassorilievi in bronzo, tecnica lontana dalla tradizionale pittura che Magnani apprezza nella sua essenza materica. Manzù plasma la materia e ne crea numerosi elementi: dai volti, come quello di Cesare Brandi presente in mostra, a sculture di notevoli dimensioni raffiguranti cardinali, ballerine, amanti.

Nella Villa è presente anche il San Giorgio di Manzù, realizzato con la tecnica della fusione del bronzo, poi dorato, per la tomba di Giorgio Morandi e successivamente fatto rimuovere dalle sorelle di Morandi; il santo giovinetto è colto in una posizione fiera di omaggio all’artista che porta il suo stesso nome. Nella collezione di Magnani rientra anche una litografia di Manzù, rappresentante lui stesso e la sua compagna Inge (Il pittore e la modella, 1960), testimonianza della sua attività grafica.  

Giacomo Manzù, Orfeo II, 1960

Dalla fluidità dell’acqua ci si avvicina sempre più alla matericità, di cui un artista in particolare ha saputo coglierne a pieno la potenzialità espressiva ovvero Alberto Burri. Nei primi anni ’50 Burri realizza i suoi famosi Sacchi, creando non poco scalpore tra i membri della comunità artistica; Magnani seguendo il consiglio di Brandi, non senza avere ricevuto l’approvazione di Morandi, acquista il magnifico Sacco del 1954 che, insieme a una Combustione con dedica, testimonia l’interesse di Magnani anche per l’arte, al suo tempo, meno ortodossa. L’evoluzione dell’artista e le sue sperimentazioni sono riportate in mostra alla Magnani-Rocca, oltre che con le opere appartenute a Magnani, con la serie fotografica di Burri in azione scattata da Aurelio Amendola e, infine, il Cretto bianco (1971) in caolino, dono di Burri a  Brandi. Se i sacchi sono composizioni sperimentali di juta e materia pittorica, i cretti sono invece controllate screpolature, frammenti di materia armoniosamente intelaiati, generalmente bianchi o neri che egli inizia a realizzare dagli anni ’70. L’effetto delle crepe è ottenuto da un impasto di colle e bianco di zinco, a cui vengono aggiunti delle terre per ottenere un effetto colorato. Lo spesso strato dell’impasto viene poi applicato su una superficie di cellotex e sottoposto ad un processo di essiccamento.

Alberto Burri, Sacco 53, 1954

Un altro artista che ha saputo lottare con la materia, dominandola, è Leoncillo, che imparò e perfezionò le sue conoscenze tecniche sulla ceramica, sulla creta e sulle cotture, e realizzò diverse terrecotte invetriate, come Vaso con fiori e Vassoio con frutta del 1943. Leoncillo manipola la materia conferendole forme non riconducibili al reale, sofferte, ma che risultano visivamente appaganti.

Luigi Magnani comprese l’importanza della conoscenza delle tecniche artistiche e ne fece tesoro creando un’unica collezione che racchiude elementi di spicco di ogni manipolazione artistica. Ogni pennellata, combustione o incisione crea un’armonia che apprezzando e conoscendo appieno la tecnica porta ad una vera scoperta dell’opera e dell’artista, al suo modo di lavorare, di creare, di immaginare la realtà.

Autore: Francesca Malverti

Studentessa nel corso di laurea magistrale in “Economia e gestione delle arti e delle attività culturali” presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Mi affascinano le lingue e le diverse culture, adoro cucinare per sperimentare nuovi sapori e fotografare il mondo.


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