La Ninfa del deserto di Bartolini

Una scheda critica di Vittorio Sgarbi dedicata al capolavoro incompiuto di Lorenzo Bartolini, conservato nella collezione permanente della Fondazione Magnani Rocca.

Il marmo, che porta anche i nomi di Ninfa del serpe, Ninfa lombarda, La Virtù insidiata dal Vizio, Il Soccorso, fu commissionato a Lorenzo Bartolini prima dell’8 novembre 1840, forse di qualche anno, come possiamo ricavare da un passaggio di una lettera che, in quella data, il banchiere Orazio Hall scrisse allo scultore alludendo all’impazienza del committente: “Ala Ponzone tu senti è impazzito”.

Lorenzo Bartolini. La Ninfa del deserto circa 1840-1850.
Lorenzo Bartolini. La Ninfa del deserto circa 1840-1850.

Il Tinti ritiene che si tratti di Sigismondo Ala Ponzone di Cremona, il cui legato è il nucleo principale della Pinacoteca di Cremona. Ma né nel Museo di quella città, né in altre collezioni, risulta essere passato il marmo di Bartolini. Ettore Spalletti, sulla base di documenti che dicono il committente milanese, ha proposto di identificarlo con Filippo Ala Ponzone, del ramo milanese della famiglia, tassato da Radetzki per aver appoggiato la rivolta milanese del 1848. Lo scultore Giovanni Dupré, cui si deve il completamento della Ninfa deserto, fu a lungo in rapporti con un marchese Ala Ponzone, stravagante e nevrotico. Dupré ricorda che questo Ala Ponzone aveva ordinato a Vincenzo Vela e a lui alcune sculture senza ritirarle e pagane. Il 19 gennaio 1846 il Bartolini scrive a Giovanni Benericetti Talenti: “La Ninfa deldeserto è così chiamata dal marchese Ala Ponzone, e da me detta; ma però il significato giusto del mio pensiero non l’ho spiegato a nessuno fuori che a te, mio buon amico, onde tu veda che a volte l’apparenza inganna, sulla morale dell’individuo. Il deserto non è che questo mondo: la Ninfa è la Virtù assalita dal Vizio, che è il serpe da cui si difende con l’invocazione a Dio, onde salvare la purezza della sua anima. Se lo avessi palesato mi direbbero ipocrita, ma un giorno (e non sarò più) bisogna che mi riconoschino vero servo del Signore”. È come una premonizione; l’opera infatti alla morte dello scultore, nel 1850, rimase incom-piuta, e il marchese Ala Ponzone ne affidò il completamente a Dupré. Questi, nei suoi Pensieri sull’arte e ricordi autobiografici, attesta che il marmo risultava rovinato nella testa e che il Bartolini aveva cercato di cambiare all’ultimo momento l’acconciatura dei capelli; come si può vedere al confronto con il gesso conservato in Palazzo Pretorio a Prato, nella Gipsoteca La Ninfa del deserto, 1840-1850 Bartoliniana. Dupré aggiunge inoltre che il dito indice della mano sinistra era malamente ripiegato sotto il palmo. Nel suo intervento sistema la parte superiore della testa con un’abile divisione delle chiome, ottenute sezionando il marmo, e aggiunge un tassello di marmo per ricostruire il dito mal riuscito. Nel complesso il completamento avviene nel pieno rispetto dell’idea bartoliniana e del suo recondito significato allegorico. Il Tinti riconobbe l’opera in quella conservata nel castello già Patrone di Castiglioncello, riscontrando alcune diversità, rispetto al gesso, che egli attribuisce all’intervento di Dupré: “La serpe vi è più sottile, la figura più magra, il braccio sinistro leggermente più mosso; i capelli non ricadono in ciocche sulle tempie”. Si tratta, anche con il doppio intervento, di una delle opere più complesse e autorevoli del Bartolini, che sviluppa qui le premesse sensuali e patetiche — ancora contenute — di una delle sue creazioni più celebri, la Fiducia in Dio, del 1835. Analoga — anche se non altrettanto pacificata — è l’espressione del volto leggermente inclinato, con gli occhi rivolti al cielo, a metà strada fra le Cleopatre di Guido Reni e quelle del Cagnacci o del Furini, idealmente alluse, come già nella Baccante giacente del duca di Devonshire; analoga è la mollezza del corpo nudo — con la piega sullo stomaco — che qui si divincola languidamente nell’ambiguo rapporto con il serpente, dando origine a un movimento insoli o, nella scultura del Bartolini, ispirato al patetismo ellenistico nel genere del Galata morente dei Musei Capitolini, di cui richiama and anche il rapporto ‘aperto’ con lo spazio. Tali caratteri rendono questa testimonianza estrema di Bartolini un punto di partenza per lo psicologismo ottocentesco. Lo scultore dà prova di una sintesi raggiunta tra l’idealismo canoviano mai preferito, e quell’adesione al vero naturale su cui fondava la sua teorica posizione antineoclassica. La Ninfa del Deserto, dal castello già Patrone passò a Firenze e quindi alla sede attuale.