Arte e artisti

La mostra più breve dell’anno è quella che avviene a novembre nel Parco Romantico

In breve. Il Parco Romantico della Villa dei Capolavori conta dodici ettari e oltre novecento alberi di trentasette specie. A novembre ognuno cambia colore con i suoi tempi: il platano monumentale vira al giallo, le graminacee del Giardino Contemporaneo diventano oro, il bosso del giardino all’italiana resta verde mentre il melograno si spoglia. Il Parco si visita insieme alla mostra Man Ray: tutto, aperta fino al 13 dicembre 2026.

Esiste un tipo di mostra che nessun museo riesce a programmare, perché le date le decidono la temperatura, la luce e la quantità di pioggia caduta a ottobre. Dura una settimana, a volte due, cambia ogni mattina e chiude senza preavviso, la notte del primo vento forte. A Mamiano si inaugura più o meno adesso, e la allestiscono gli alberi che i marchesi Paulucci piantarono a metà Ottocento e che Luigi Magnani, per quarant’anni, scelse deliberatamente di lasciar crescere come volevano.

Il pezzo forte sta dove deve stare un pezzo forte, in asse con la facciata principale della Villa. Il platano monumentale ha cinque metri e mezzo di circonferenza, servono quattro persone a braccia aperte per abbracciarlo, ed è iscritto nell’Elenco degli Alberi Monumentali d’Italia insieme al cedro e alla sequoia del Parco. In autunno la chioma, così folta che i rami arcuati arrivano quasi a toccare terra, vira al giallo. Intanto la corteccia si stacca a placche e compone un camouflage di grigi, verdi e crema che chiunque abbia appena visto i Burri della collezione riconosce al primo sguardo: è la cosa più vicina a un’opera informale che la natura abbia prodotto nel raggio di qualche chilometro.

Il cipresso calvo è la conifera che ha deciso di perdere gli aghi

Ogni collezione che si rispetti ha il suo pezzo eccentrico, e quella del Parco ne ha più d’uno. Il Taxodium distichum, il cipresso calvo delle paludi americane, ha tutta l’aria di un sempreverde fino a ottobre; poi gli aghi diventano color ruggine e cadono, fino all’ultimo, lasciando la pianta nuda come una quercia. Il censimento botanico del restauro registra accanto a lui altri professionisti dell’autunno: l’acero giapponese, il sommacco, la Parrotia persica, l’albero che in pochi giorni passa dal giallo all’arancio al rosso e sembra fatto apposta per chi fotografa.

Più composto, come si addice alla sua età, il cedro del Libano che domina la zona nord dietro la Villa. I suoi coni stanno dritti sui rami alti, simili a candele, e non cadono mai interi: a maturità si sfaldano squama per squama, e ogni seme scende ruotando su una piccola ala. Chi passa sotto il cedro a novembre trova a terra soltanto scaglie, mai una pigna. Sotto gli stessi rami sono passati Ungaretti, Montale, Morandi e Manzù, ospiti di Magnani; l’albero aveva già un secolo allora, e ne può vivere dieci.

Il melograno si spoglia a novembre come Persefone scende sottoterra

Nel giardino all’italiana, accanto all’oratorio dell’Assunta, il bosso attraversa l’autunno senza cambiare di una foglia: è l’architettura del giardino, e un’architettura per definizione non si spoglia. A pochi metri i melograni fanno il contrario e perdono tutte le foglie. Sono varietà ornamentali, scelte per la fioritura estiva. Eppure è a questa pianta che la mitologia ha affidato il compito più impegnativo: furono i semi del suo frutto a legare Persefone all’alternarsi delle stagioni, costringendola a scendere sottoterra ogni anno e a risalire in primavera. A novembre i rami nudi raccontano la metà invernale del mito.

Dall’altra parte della Villa, il Giardino Contemporaneo dimostra che anche l’ultima acquisizione della collezione sa stare al passo. È il primo giardino dell’Emilia-Romagna progettato secondo i principi del New Perennial Movement, la corrente resa celebre da Piet Oudolf con la High Line di New York, e le sue fioriture sono calcolate per arrivare fino a novembre. Poi tocca alle graminacee: la molinia ‘Heidebraut’ vira all’oro e lascia cadere tutto insieme, in pochi giorni, mentre la stipa gigante si accende controluce come una lanterna, al mattino e alla sera. Quando i fiori sono finiti, le strutture secche restano in piedi tutto l’inverno. La brina le trasforma in vetro soffiato e i cardellini ne lavorano i semi fino a febbraio.

Nel Parco Romantico le foglie cadute restano esattamente dove sono

C’è una regola di manutenzione che a qualche visitatore potrebbe sembrare pigrizia, e che è la cosa più moderna del Parco: le foglie non si portano via. Restano a terra e diventano la lettiera da cui il bosco ricava il nutrimento per ricominciare. Con la stessa logica il tronco crollato di una Gleditsia triacanthos è stato lasciato dov’era dopo un temporale, e oggi ospita funghi, insetti e piccoli animali, un condominio che si allarga mentre il legno scompare. Sul biolago, ritrovato nel suo invaso ottocentesco, l’acqua ripete il fogliame dei grandi alberi e cambia colore insieme a loro.

L’ultimo atto della stagione riguarda gli agrumi di Luigi Magnani. Per tutta la bella stagione i grandi vasi di limoni, cedri e aranci stanno ai lati dello scalone d’ingresso, e il loro profumo accoglie i visitatori prima ancora dei quadri; in autunno rientrano nell’orangerie, la serra che l’architetto Leone Pancaldi ampliò negli anni Sessanta. Si comportano come opere in prestito, che ogni autunno tornano in deposito e ogni primavera rientrano in sala.

Magnani scrisse di Giorgio Morandi: «Lo vidi sovente soffermarsi ad osservare attentamente e a lungo fiori di campo, alberi, pietre, quasi cercasse di giungere ad una loro più profonda conoscenza». Novembre, nel Parco Romantico, offre l’occasione di fare lo stesso esercizio, con il vantaggio di una mostra che il giorno dopo sarà già diversa.

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