
Silenzioso e solitario, Massimo Campigli bambino osserva e sogna. Guarda, scopre, si meraviglia. Immagina e trasforma la realtà sublimandola in gioco simbolico, travestendosi da soldato, da selvaggio, diventando Gran Khan dei tartari o re incontrastato di un harem di odalische.
Èproprio durante l’infanzia che Campigli inizia a frequentare i musei ed è nell’aura solenne di quelle mura che si innamora per la prima volta. Un amore ideale, idealizzato; un sentimento tornito di continui confronti tra figure femminili scolpite e dipinte, perfette nella loro essenza, e donne vere, vive, incomprensibili ma presenti. Il suo immaginario si arricchisce di quel repertorio di signore ingioiellate, nascoste in gonne e corpetti, oggetti di galanterie maschili a lui, bambino, ancora ignote. Divenuto artista, Campigli eleva le visioni ammaliatrici vissute in gioventù a leitmotiv della sua ricerca e riserva alla condizione infantile un’attenzione speciale, manifestata nei numerosi ritratti fatti a bambini.


