Gli sguardi vuoti di Modigliani: il malinconico specchio di un’epoca

“Per molto molto tempo gli artisti portarono, non nelle apparenze ma in fondo al cuore, un lutto profondo per la perdita di questi due esseri da tutti indistintamente stimati e amati”.

Gino Severini
La femme au col blanc (Particolare), Amedeo Modigliani

Così, nella sua autobiografia, Gino Severini dà l’ultimo saluto all’amico Modigliani – stroncato dalla malattia in una sera di gennaio del 1920 – e alla musa di lui, Jeanne Hébuterne, afflitta a tal punto dalla morte dell’artista da sacrificarsi anch’ella solo due giorni dopo. Severini, che oggi “rincontra” Modigliani tra le sale della Fondazione, a ragione si riferisce ad entrambi quasi come ad un essere unico, inseparabile, un’entità sola.

Infatti, se dell’artista livornese si ricordano tuttalpiù i ritratti di donna, numerose volte proprio quella donna era Jeanne, o “noix de coco” (noce di cocco) per lui. La perfezione del viso, i lunghi capelli color castano chiaro e gli occhi ammalianti fecero di lei la musa ideale.

Jeanne Hébuterne, 1914. Private Collection

E proprio gli occhi saranno per Modigliani finestra sulle persone, un passaggio privilegiato per cogliere la vera e nuda essenza dei suoi soggetti, scoprendone ogni fragilità e debolezza. Vitrei, persi, a tratti malinconici e rassegnati, sfuggono all’evidenza e svelano la parte più intima di ognuno
di noi, rendendo visibile ciò che appare per sua natura impenetrabile: l’anima. L’artista infatti non ricerca mai il reale o l’irreale, ma soltanto la verità dell’individuo, e non era il solo in quell’epoca.

L’Europa a cavallo tra Ottocento e Novecento infatti è dedita al progresso scientifico, alla razionalità e al positivismo, ovvero quel movimento che vuole rispondere alle domande dell’uomo con la razionalità. Tuttavia questo modo di pensare si era rivelato sostanzialmente incapace di dare risposte soddisfacenti ai reali problemi degli uomini, che tendono a interrogarsi su di sé, sui propri bisogni o desideri. Così la scienza dovette ammettere i suoi limiti, come per quei fenomeni naturali che non è propriamente in grado di spiegare, ma sa solamente riconoscere.

In Austria, uno studioso di nome Sigmund Freud prova a offrire una soluzione, e fa conoscere al mondo la psicanalisi, disciplina che tenta di penetrare luoghi inaccessibili della mente umana, portando alla luce il subconscio, quella parte intangibile del cervello che racchiude i nostri desideri più reconditi.

Divan Japonais, Henri de Toulouse-Lautrec

Lo stesso sentimento si riflette nella letteratura. L’introspezione psicologica e il continuo dialogo con se stessi alimentano l’estraneazione dalla realtà, sfociando nell’ isolamento “malinconico” e nella fuga della mente cantati nei versi di Baudelaire e dei poètes maudits.
I filosofi di tutto il continente riaffermano i valori della volontà, della libertà e della spiritualità come parti fondamentali di ogni essere umano, riscoprendo, contro l’arido razionalismo, gli impulsi più reconditi di ognuno di noi.
Così anche la pittura conosce il passaggio dalla rappresentazione del mondo esterno che si imprime nella coscienza alla descrizione dell’anima che si riflette nella realtà. Gli occhi che Modigliani dipinge, così intensi e al contempo quasi spenti, sono lo specchio di un uomo che si sente in contrasto con la società che lo circonda, insensibile e distaccata dalle sue vere esigenze.

Autore: Manuel Russo

Studente laureando in Gestione e Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Da sempre ho coltivato l’interesse per l’arte nelle sue molteplici forme e credo nella cultura come vettore per la crescita e il cambiamento, tanto a livello personale quanto sociale.


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