Lichtenstein e la Storia dell’Arte

La grande mostra delle opere di Roy Lichtenstein alla Fondazione Magnani-Rocca a pochi metri dai capolavori raccolti nel corso di una vita da Luigi Magnani, rappresenta un incontro eccezionale che evidenzia bene la continuità classica di un artista. Lichtenstein infatti, nonostante abbia realizzato alcune delle opere più dirompenti del XX secolo, non rompe mai col passato e l’intera sua carriera può essere vista come un lungo dialogo con gli antichi maestri.

Nel palindromico nutrimento della storia dell’arte, continui sono i rapporti di dare/avere fra artisti, anche a distanza di generazioni; questo concetto sembra alla base del lavoro di Lichtenstein nell’affrontare i grandi dopo la fase fumettistica: Picasso, Matisse, appunto Monet, Cézanne, Léger, Mondrian, trovarono una vita rigenerata nei dipinti dell’americano, che ne rielaborava le opere partendo dalle pubblicazioni a scopo divulgativo, un modo per ridurre la dimensione ineffabile della pittura a quella di “oggetto stampato” e commercializzato. Negli anni settanta lavora a numerose Nature morte e realizza opere ispirate a De Stijl, al Costruttivismo russo, al Surrealismo (Dalì) e all’Espressionismo tedesco (Marc).

La grande intuizione di Lichtenstein sta nella rilettura dei classici in linea con la logica dei messaggi subliminali tipici del mondo contemporaneo, in un gioco di citazioni dal passato – che hanno fatto parlare addirittura di un profeta del postmoderno – ecco innescato il suo dialogo con i capolavori e l’immagine che di essi resta impressa nella mente.

Come le griglie geometriche di Mondrian assimilate a una pallina da golf, i celebri Picasso “poppizzati”, i meccanismi di Léger interpretati come sezioni dell’Empire State Building o le Cattedrali di Monet come prototipi della pixel art, evocando emozioni forti con l’uso del suo procedimento freddo e meccanico “a puntini”.  Lichtenstein usa l’opera di altri artisti come mezzo per analizzare, esplorare e talvolta sovvertire le pietre miliari dell’arte: illusione, prospettiva, linea e colore.

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Dorothy Lichtenstein ricorda che suo marito si recava spesso nei musei per vedere le opere degli antichi maestri:

“Era davvero interessante andare in un museo con Roy. Ogni cosa era nutrimento per la sua mente. Osservava sempre i dipinti pensando a come sarebbe stato capace di trasformarli.”

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Le Béret a la Picasso 🖤👨🏼‍🎨

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#RoyLichtenstein @magnanirocca

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Roy Lichtenstein pensava all’arte nei termini gerarchici formulati dall’accademia francese del XVII secolo, con al primo posto i prestigiosi dipinti storici, seguiti dalla ritrattistica, dal paesaggio e, in ultimo, dalla natura morta, ma avrebbe speso i trent’anni successivi a esplorare le sfide proposte da ciascuno di questi generi e a trovare il modo di farli apparire nuovi.

Tratto dal saggio di Stefano Roffi per il catalogo della mostra “LICHTENSTEIN e la Pop art americana“, in vendita al bookshop della Fondazione Magnani-Rocca