Luigi Magnani e il pittore delle cose silenziose

Collezionista, musicologo, scrittore, Luigi Magnani stabilisce un rapporto privilegiato con Giorgio Morandi (1890-1964). Esito dell’intensa frequentazione con il pittore, oltre all’acquisizione di un nucleo di cinquanta opere, confluite nella raccolta della Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo, un libro di memorie, dal titolo emblematico Il mio Morandi, pubblicato nel 1982, riproposto in una nuova edizione nel 2020 (ed. Johan & Levi).

Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca e Daniela Ferrari, conservatore presso il MART, curatori della prefazione e della postfazione al volume, ci guidano alla lettura di queste pagine che restituiscono il dialogo tra due altissimi protagonisti della vita culturale del Novecento.

Sala Morandi all’interno della Villa dei Capolavori

Luigi Magnani è stato un appassionato estimatore di artisti di ogni epoca. Tra i capolavori della sua raccolta ci sono Goya, Tiziano, Rembrandt, Monet, Canova. Da dove ha origine la fascinazione per la ricerca del pittore bolognese? Quali elementi formali fecero scattare la passione del collezionista?

Luigi Magnani aveva incontrato per la prima volta Giorgio Morandi il 10 ottobre 1940 a Salsomaggiore, grazie al comune amico Cesare Brandi che gli aveva chiesto la cortesia di accompagnare il pittore, impegnato nelle cure termali, a visitare a Parma la Camera di San Paolo affrescata dal Correggio e a conoscere lo studioso Glauco Lombardi a Colorno, per “vedere i suoi Corot, i Daubigny, i Prud’hon”; da quell’incontro ebbe origine una relazione di grande consonanza spirituale e la collezione dei cinquanta Morandi ora della Fondazione Magnani-Rocca, particolarmente significativa perché formata durante la vita del pittore e all’interno di un rapporto di amicizia col collezionista. Alcuni doni e successivi acquisti presso l’artista, alle aste e presso altri collezionisti portarono a un gruppo di opere di completezza e livello assoluti, costituendo ora un vero “museo nel museo”. Vi sono rappresentati tutte le tecniche e i soggetti morandiani; diciassette sono i dipinti a olio, cinque gli acquerelli, otto i disegni, venti le incisioni. Fra i dipinti, si va dalla Natura morta del 1918, capolavoro metafisico, anche se fa pensare più agli incanti gelidi di Piero della Francesca che alle fantasie surreali di de Chirico, idolo quotidiano di un tempo e di uno spazio indefiniti nella severa ricerca di equilibrio formale, fino a un rarefatto dipinto del 1963 che, come i lavori grafici del medesimo periodo, mostra una ricerca di sintesi portata all’estremo, apoteosi della sottrazione, lascito finale di un maestro del rigore, come i paesaggi, dal naturalismo annichilito. La predilezione per Morandi (e per Cézanne) fra tutti gli artisti della sua grande raccolta, più volte dichiarata da Magnani, che oltrepassava quindi anche quella per Tiziano e Monet, va forse individuata nell’attento scrutare di Morandi alla ricerca dei valori strutturali, dell’anima delle cose, della loro essenza.

Magnani avvertì profondamente il dramma tra la libertà dell’artista e la regola dell’arte e questa è forse una delle ragioni della lunga, profonda, anche se non loquace amicizia che lo legò a Morandi, come lui altrettanto sollecito delle libertà dell’artista quanto rispettoso delle leggi strutturali dell’arte: forse l’uno e l’altro sapevano che i due termini dell’antitesi si garantivano l’uno con l’altro. E, non casualmente, fu grazie all’avallo di Morandi che Magnani, consigliato da Brandi, acquistò uno dei primi, rigorosi Sacchi di Alberto Burri, in anni in cui l’artista di Città di Castello era ostracizzato dai vertici dello Stato. (SR)

Il primo quadro che il giovane Magnani commissiona a Morandi è una natura morta con strumenti musicali. In questo scritto che è un acuto esercizio di critica, oltre che racconto di memorie private, emerge una lettura di questa pittura costruita di silenzio e ritmo che ha molti punti di contatto con la creazione musicale. È un approccio che apre orizzonti molto vicini a noi…

Strumenti musicali ritrae, prima e unica volta, oggetti estranei alla famiglia morandiana, solenni nella loro semplicità un po’ goffa, eseguito per cordialità nel 1941 su richiesta di Magnani che, incoraggiato dall’amichevole accoglienza dell’artista conosciuto poco tempo prima, espresse il desiderio di un quadro appunto con strumenti musicali. La sola riserva che il pittore avanzò alla proposta fu di non avere modelli adeguati. Dopo alcuni giorni Magnani si recò a Bologna da Morandi con un antico liuto veneziano, due flauti indiani ed alcuni altri pregevoli strumenti. Quando Morandi li vide non poté nascondere il suo disagio e si trattenne a lungo a osservarli in silenzio, con diffidenza e sospetto, come illustri visitatori a lui estranei e sgraditi; infine, vincendo l’esitazione, si decise al rifiuto: “Ma sa… sono cose preziose… potrebbero cadere, potrebbero rompersi… capirà…, la prego, se li riporti ben via”. Alla fine l’artista raffigurò un mandolino, una chitarra, una trombetta, umili strumenti popolari. Superata la prima delusione, quegli oggetti, che in virtù della equivalenza dei sensi, quale consente la trasposizione del visibile all’udibile, a Magnani evocarono suoni; gli parvero aver subito, dipinti da Morandi, un processo di trasmutazione simile a quello operato da Bartòk, quando trasporta nella musica colta un canto popolare, e che, pur conservandone il disegno melodico, l’intonazione e i ritmi caratteristici, ne sa trarre l’essenza concreta, quasi che egli fosse penetrato nella spontaneità originale del modello. Da quei muti strumenti, come poi da tutte le opere di Morandi, gli parve allora emanasse una musica priva del tumulto delle sonorità, quale Mallarmé sognava potesse aleggiare, in virtù della “divine transposition”, nella poesia: quella musica silenziosa in cui la musica, spento il suono reale, rimemorata nel silenzio, trova suo compimento supremo. (SR)

Come mette in evidenza il critico, l’universo formale di Morandi, la percezione stessa della Natura, ha profonde radici nella tradizione scientifica, anche filosofica, italiana. Quali sono i riferimenti fondamentali, costitutivi di questa visione artistica?

In apparente contraddizione con la sua vita ritirata, poco incline ai viaggi, il panorama conoscitivo di Giorgio Morandi era vastissimo. L’artista era costantemente informato attraverso la lettura di riviste specializzate, la consultazione di cataloghi e la visione di mostre sul territorio italiano. Il giovane Morandi lesse Soffici su “La Voce”, studiò le riproduzioni di Cézanne su Gl’impressionisti francesi di Vittorio Pica (1908), vide Renoir alla Biennale veneziana del 1910, Monet a Roma l’anno dopo e le opere di Cézanne alla Biennale del 1920. Era amante dell’arte antica, territorio di costante confronto con l’amico Roberto Longhi. Ma il suo ambito di interesse non si limitava alla pittura. La biblioteca del pittore, custodita presso Casa Morandi in via Fondazza, è testimonianza preziosa dei suoi interessi filosofici e letterari. Tra i suoi libri spiccano le Giornate di lettura di Proust, tra le raccolte di poesia quelle di autori come Campana, Cardarelli, Ungaretti, Bassani, Quasimodo, Dickinson, ma il poeta filosofo che Morandi teneva a portata di mano sul comodino era Leopardi, come ci ricorda Luigi Magnani. Il pittore leggeva di continuo i Canti leopardiani così come rifletteva con costanza sui Pensieri di Pascal. Le pagine usurate, la rilegatura quasi sfasciata sono la prova di un tornare sulle parole, di una riflessione profonda sul loro senso, di un’indagine volta a ricercarne l’essenza, con la stessa intensità di scrutinio con cui Morandi sapeva dipingere l’essenza delle cose. (DF)

Magnani ricorda come negli anni in cui inizia l’amicizia con Morandi, verso il 1940, il pittore in Italia fosse ancora incompreso. Qual è il momento decisivo per la riscoperta e la riabilitazione di questa esperienza artistica maturata in grande isolamento?

Morandi è oggi considerato uno fra i padri assoluti della grande pittura italiana del Novecento. Amato da numerosi artisti che lo hanno studiato e gli hanno reso omaggio. In passato però la sua pittura ha subito interpretazioni discordanti. Era amato da una sofisticata cerchia di collezionisti che hanno costruito nel tempo le raccolte più prestigiose del XX secolo, si pensi solo ai nomi di Jucker, Jesi, Feroldi, Mattioli, Giovanardi e, appunto, Magnani. Ma tra gli anni Trenta e Quaranta, solo sguardi colti e sofisticati come quelli di Soffici, Longhi, Vitali e Brandi seppero guardare oltre la coltre polverosa degli oggetti ben disposti, individuando in Morandi un vertice nel panorama della ricerca pittorica italiana. Le opere apparentemente così simili le une alle altre valsero a Morandi numerose etichette: classico, moderno, metafisico, platonico, strapaesano, inattuale, rivelatore dell’essenza delle cose e costruttore di architetture dalle elaborate armonie spaziali e cromatiche. L’interpretazione di Longhi e di Brandi gettarono le basi per una lettura più complessa della pittura morandiana che a partire dagli anni Quaranta crebbe e si arricchì di studi che viaggiarono parallelamente alla fortuna dell’artista oltre i confini nazionali. Nel 1949 al Museum of Modern Art di New York nella straordinaria mostra Twentieth-Century Italian Art, curata da Alfred H. Barr Jr. e James Tharll Soby, furono esposti ben tredici Morandi. (DF)

Il libro racchiude anche un corpus di lettere del pittore dal 1942 al ’64  e molte incursioni nel laboratorio dell’artista, nel piccolo mondo sulle colline di Grizzana. Quale ritratto privato, dell’uomo Morandi, ci restituisce lo sguardo dell’amico?

Ne Il mio Morandi, pubblicato per la prima volta nel 1982, oltre a rendere noto il ventennale carteggio con l’amico, Magnani ne tratteggia la personalità, evidenziando come egli non abbia mai inteso appartenere ad alcuna corrente artistica dominante: “Sapeva che la sua pittura non poteva diventare popolare, perciò dipingeva per quei pochi che sentiva partecipi del suo mondo”. È noto come Morandi talora per Natale o Pasqua si presentasse ospite a Mamiano con una nuova opera ricevendo in cambio prelibati prodotti delle fattorie di Magnani insieme ad antiche pagine miniate; quindi un legame fra Magnani e Morandi in cui viene l’uomo prima dell’artista:“Un profondo sentimento di ammirazione e di affetto mi legò a lui sin dalla mia giovinezza. La sua benevolenza e la mia devozione favorirono un rapporto di sempre più viva familiarità e di amicizia che mi consentì di penetrare nel mondo della sua pittura, di conoscere i suoi gusti, i suoi umori e non meno le ultime qualità della sua grande anima”. Il personale ricordo e l’acuta e sensibilissima esegesi de Il mio Morandi terminano citando San Francesco, che “nulla cosa voleva avere di proprio per poter tutto possedere” e la sua capacità di “volgere l’occhio alla contemplazione della forma nella sua purezza ideale”, ravvisando specularmente in quella del santo la candida persona di Morandi. (SR)

“Il mio Morandi” è nuovamente disponibile nelle librerie di tutta Italia.