Alla Villa dei Capolavori c’è un Monet che Martina non finisce mai di guardare. Ci torna ogni volta, convinta di non averlo ancora visto del tutto. Illustratrice, classe 1995, si è formata tra l’Istituto d’Arte Toschi di Parma e la Scuola Comics di Reggio Emilia, dove si è avvicinata all’illustrazione di moda. Ha realizzato allestimenti e live illustration per Etro e Burberry e ha disegnato per Max Mara, Marina Rinaldi, Givenchy e Rinascente.

Ora porterà il suo sguardo nei workshop di illustrazione dal vero, tra il Parco Romantico, la mostra Man Ray e la collezione permanente. I workshop sono gratuiti: per partecipare basta essere iscritti alla newsletter della Fondazione.

Il tuo diario visivo tiene insieme vedere, indossare, disegnare. Alla Villa, cosa scegli per ogni voce?
Da indossare, senza pensarci: l’abito lungo nero ricamato della madre di Luigi Magnani, con la pochette in trama metallica, custodito negli «Armadi segreti». Ha un secolo e potrebbe sfilare questa stagione. Da disegnare, lo stagno del Parco: ci finisco davanti ogni volta, è più forte di me. Da vedere, la collezione permanente. Ci torno spesso e trovo sempre un dettaglio che mi era sfuggito.

Martina Cabrini, 2026

Disegni spesso davanti a statue e dipinti antichi. Cosa ti dà un’opera di cinque secoli fa che non trovi nel feed?
Il mio feed è costruito per ispirarmi: l’algoritmo mi restituisce quello che già mi piace. Un’opera dal vivo ti sorprende, anche quando hai pagato il biglietto apposta per vederla. Ha spessore, materia, una luce che cambia mentre ti sposti, e nessuno screenshot le restituisce. Al piano di sopra c’è Falaise à Pourville di Monet. Ci salgo sempre: mi sembra di non vederlo mai del tutto. I colori cambiano mentre li guardi, e io resto lì incantata.

Quale quadro della collezione vorresti indossare?
Il ritratto di Maria Pavlovna Romanova di George Dawe, al piano terra. L’abito rosso ti prende subito l’occhio, ma io indosserei tutto il quadro: i verdi profondi dello sfondo, quasi tridimensionali, i rampicanti, le iscrizioni nella pietra. È una moodboard già pronta, con colore, texture ed epoca abbinati alla perfezione. Per me lo sfondo conta quanto il vestito.

Man Ray fotografava la moda come fosse scultura. Cosa ruberesti al suo sguardo?
Io a Man Ray invidio tantissimo il processo creativo: la libertà di prendere un corpo o un oggetto, strapparlo al suo contesto e reinventarlo. È un gesto molto dada, e un ferro da stiro con una fila di chiodi smette di essere un ferro da stiro. Oggi riprodurre un’immagine è facile; il valore sta nel trasformarla. Quando disegno un abito cerco questo: che sulla carta diventi qualcos’altro.

Oggi bastano pochi secondi per generare un’immagine. Cosa vede la mano quando disegna dal vero?
Non posso fare un confronto: non ho mai generato un’immagine con l’intelligenza artificiale, nemmeno partendo dai miei disegni. Però credo che lì manchi la cosa fondamentale, l’esplorazione di te stesso e di quello che stai creando. Disegnare dal vero ti obbliga a una consapevolezza che la generazione salta. Con l’AI ti stai facendo conoscere, ma non ti stai conoscendo. Ti stai facendo guardare, ma non stai guardando davvero.

Dai tarocchi alle giacche, dagli autoritratti alle mappe: come riconosci un’immagine tua?
Ci sono segni che tornano: un inchiostro nero che batte forte sulla carta, una palette precisa. Ma soprattutto, quando rivedo un mio lavoro, mi viene voglia di rifarlo, perché vedo subito un’altra versione possibile. I miei disegni sono un archivio che cresce su se stesso. Se un’immagine mi chiede di continuarla, allora è mia.

Cosa cerca un brand quando chiama un’illustratrice invece di un fotografo?
Dipende dal lavoro. In un allestimento, come quello per Etro, cerca il colpo d’occhio: la vetrina deve fermare chi passa. L’illustrazione entra nella vetrofania e nel set, porta il prodotto dentro un mondo, e si capisce subito che dietro c’è una mano. Con la live illustration, come all’evento Burberry, disegni le persone davanti a te, in pochi minuti. Chi partecipa si porta a casa, come cadeau, un ritratto fatto a mano che ha visto nascere: un ricordo della giornata che non si può ricomprare.

Elisabetta Farnese vista da Martina Cabrini

Disegnare nel Parco cambia la mano? E perché dovrebbe provare anche chi dice «non so disegnare»?
In studio sei comoda, hai un piano d’appoggio, nessuno ti disturba. All’aperto perdi qualche certezza e guadagni immediatezza. Una scultura o un riflesso sull’acqua, disegnati sul momento, hanno una freschezza che nessuna foto restituisce. C’è anche il lusso dell’analogico: la carta che si piega al vento, la matita che si consuma, l’errore che non si cancella con un tasto.

Si disegna accanto a sconosciuti, ci si sbircia il foglio, si scopre che davanti allo stesso albero si sono viste due cose diverse. E si finisce a parlarne. Per questo il workshop è anche per chi non disegna. Chi disegna per hobby esce dalle proprie abitudini. Chi non ha mai preso una matita passa due ore lontano dallo schermo e torna a casa con un disegno e qualche nome nuovo in rubrica.

Alla prima visita in Villa, quanto fermarsi davanti a un’opera? E cosa portarsi a casa?
Non esiste un tempo giusto: ognuno deve prendersi quello che gli serve. E portarsi a casa qualche fotografia mentale, di quelle che restano anche senza tirare fuori il telefono.


I workshop con Martina Cabrini

Mercoledì 7 ottobre · Parco Romantico, en plein air
Mercoledì 4 novembre · Mostra Man Ray
Mercoledì 25 novembre · Collezione permanente

Dalle 15:30 alle 18 · venti posti per data · partecipazione gratuita

Prenota il tuo posto → magnanirocca.it/workshop