A New York si parla di Giorgio Morandi e Luigi Magnani, con Alice Ensabella

Recentemente New York ha ospitato un’importante mostra su Giorgio Morandi e in questa occasione si sono tenuti i Morandi Study Days, due giorni di dibattito e confronto con studiosi e ricercatori da tutto il mondo. Alice Ensabella, giovane collaboratrice della Fondazione Magnani Rocca, ha partecipato a questi incontri con un talk sul rapporto speciale tra Morandi e Luigi Magnani.

Come nasce l’idea di un evento internazionale per parlare di Giorgio Morandi e perché proprio a New York? Il CIMA (Center for Italian Modern Art) è nato tra anni fa, grazie all’illuminata iniziativa di Laura Mattioli, e si trova proprio nel cuore di Soho a New York. Come istituzione culturale ha la vocazione di promuovere e approfondire gli studi su artisti italiani moderni e contemporanei, per questo organizza ogni anno una mostra tematica ed un progetto di ricerca attorno ad uno o più artisti. Dopo Depero e Medardo Rosso, quest’anno è stata la volta di Giorgio Morandi, al quale, oltre alla mostra, sono state dedicate due giornate di studi lo scorso 20-21 maggio. Nel corso dei Morandi Study Days, sono intervenuti specialisti e giovani ricercatori da diverse realtà internazionali.

Da Tokyo a New York, da Londra a Bruxelles, culture e luoghi molto differenti, ma tutti innamorati di Morandi. Come si spiega?
Credo che l’opera di Morandi nella sua apparente semplicità abbia qualcosa di assoluto. Per questo non mi stupisce affatto che possa “parlare” a culture e luoghi così diversi e distanti. La silenziosa potenza che Morandi riesce a ricavare da una tavolozza così ridotta, così come la sua capacità di rendere eterni quei suoi pochi prediletti oggetti di uso quotidiano, hanno qualcosa di universale. La scelta di una strada così personale e solitaria, l’incessante ripetizione, ma, allo stesso tempo, la continua riflessione sulla propria arte, ne hanno fatto un artista dalla rara e ferma coerenza. Leggo quindi in questo interesse internazionale il giusto riconoscimento di un artista, che lungi dall’essere un naif che dipinge bottiglie, fu una delle figure più affascinanti del panorama artistico italiano del ‘900.

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La mostra al CIMA si concentra sulla produzione degli anni ’30 dell’artista, un periodo ad oggi ancora poco studiato e conosciuto. Perché quindi hai scelto di parlare di Luigi Magnani?
Mi è sembrato opportuno proporre un focus su Luigi Magnani innanzi tutto perché la sua è una delle poche collezioni private in cui è rappresentata l’intera carriera dell’artista, senza tralasciare appunto nemmeno il periodo, meno capito, degli anni ’30. Questa completezza, questa ammirazione per l’intero lavoro dell’artista è giustificata a mio avviso dall’indubbia sensibilità artistica di Magnani, ma anche dal particolare legame che lo univa a Giorgio Morandi. Credo che presentare la storia di un collezionista attraverso una chiave di lettura più personale ed intima riveli a volte più di quanto non possa fare un freddo (ma ovviamente necessario) studio filologico della formazione della collezione e della provenienza delle opere.

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Parlaci del rapporto speciale tra Morandi e Luigi Magnani
Come noto, Luigi Magnani, amava instaurare rapporti personali con gli artisti viventi rappresentati nella propria collezione. Questa attitudine, più che una scelta, credo corrispondesse ad un reale bisogno per il collezionista. In questo senso, quello con Morandi fu senza dubbio un rapporto speciale. Credo che l’unicità di questa collezione risieda proprio nell’essere il frutto di un’amicizia e di un rapporto di reciproca stima e comprensione durato più di 20 anni. Cesare Brandi lo descrive magistralmente:

“La collezione di opere di Morandi appartenute a Luigi Magnani, può fregiarsi, come primo pregio, del fatto di essere stata fatta completamente durante la vita del pittore, e nata dalla consuetudine amichevole che li legava. Ciò che può parere ovvio, non lo è, per chi sappia con quale gelosa cura Morandi scegliesse i destinatari dei suoi dipinti. In questo senso, che li regalasse o li cedesse, non c’era differenza: e tutti ricordano l’accorato sdegno con cui apprendeva che un possessore di un suo dipinto l’aveva venduto” (Brandi, 1965).

Scegli uno dei 50 Morandi della Fondazione e prova a raccontarlo
Anche se scontato, l’opera ai miei occhi più interessante è la Natura morta con strumenti musicali, commissionata da Magnani all’amico nel 1941. Morandi si trovò spiazzato di fronte alla richiesta di rappresentare un soggetto così estraneo alla sua arte, ma decise comunque di accettare. L’imbarazzo e la goffaggine nella rappresentazione sono a mio avviso tangibili nell’opera, ma testimoniano di un affetto e di un legame che ne hanno fatto un prezioso unicum. Da quel momento Magnani non commissionerà più alcuna opera all’artista. Morandi, tuttavia, terrà caro il ricordo di quel dipinto, unico nella sua produzione. Quando dopo la sua morte fu scoperto il suo “ripostiglio”, assieme alle sue bottiglie e ai suoi oggetti più cari, furono ritrovati anche gli strumenti musicali utilizzati per la natura morta di Magnani.

Morandi e Severini (ora in mostra alla Fondazione), due artisti molto diversi tra loro. Per uno il tempo sembra essersi fermato, l’altro racconta il movimento e la modernità.
Certo, Severini e Morandi sono due artisti molto diversi tra loro. Tuttavia, se Severini segue in un primo momento l’ideale futurista, si ritrova presto a ripensare la sua opera in termini completamente opposti verso la metà degli anni Dieci. Lo studio della matematica, il bisogno di fissare ideologicamente qualcosa di empirico, suggerisce più un tentativo di una rappresentazione pura, al di là del tempo e dello spazio. Anche se approdando a risultati formali molto distanti e attraverso percorsi intellettuali e ideologici diversi, sia in Morandi che in Severini, figli della stessa epoca, si può riscontrare a mio avviso il tentativo e il bisogno di cogliere qualcosa di eterno.

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Oggi nell’arte è ancora importante questa sensibilità nel saper cogliere il senso del tempo?
La questione del tempo è da sempre parte dell’arte stessa. C’è chi dice che l’opera d’arte è tale nel momento in cui sa andare al di là del tempo stesso, o che la qualità di un artista è invece riscontrabile nella sua capacità di rappresentante ed essere espressione del proprio tempo. Gli artisti saranno quindi sempre obbligati a confrontarsi con esso. L’emergenza di questo tema oggi è poi assolutamente evidente. La velocità, la dinamicità e la modernità, così esaltate all’inizio del secolo scorso, sono per noi diventate il vero problema a cui far fronte. Nell’era del “tempo reale” credo sia molto difficile riuscire ad afferrare e quindi saper rappresentare questa nozione di tempo / non-tempo nel quale viviamo. Vedremo, fra qualche decennio, chi ci sarà riuscito!

 

 


Alice Ensabella è dottoranda in Storia dell’Arte Contemporanea tra l’Università di Roma La Sapienza e l’Université de Grenoble, specializzata nell’arte del XX° secolo con particolare interesse al tema del collezionismo e del mercato artistico. Attualmente vive a Parigi dove lavora presso l’Institut National d’Histoire de l’Art e ad un progetto di ricerca sul Surrealismo con l’Université Paris VIII, Centre Allemand d’Histoire de l’Art e Centre Pompidou. Mantiene comunque sempre vivi i contatti con l’Italia, dove collabora con l’Archivio dell’Arte Metafisica di Milano e con la Fondazione Magnani Rocca.