Q come Quattordicil’Alfabeto di Massimo Campigli

Massimo Campigli, Il gioco del filo, 1946. Olio su tela, collezione privata.
Massimo Campigli, Il gioco del filo, 1946. Olio su tela, collezione privata.

“Se ti arrendi a quattordici anni, ti abituerai a farlo tutta la vita”. Stefano Benni

Campigli non si è arreso: ha percorso la lunga strada del successo elaborando il suo complesso di Edipo tramite l’arte.

Perché un’infanzia come la sua sarebbe da scrivere nei manuali per futuri psicanalisti: padre sconosciuto e assente, la madre che si finge zia e la scoperta della verità nella delicata età dell’adolescenza, a quattordici anni. Così come è mancata una figura di riferimento maschile nella sua vita, mancano figure maschili nelle sue opere: le città viste con i suoi occhi sono popolate solo da donne; queste sono idealizzate e irraggiungibili, ma anche raffinate ed eleganti come poteva essere sua madre. Ma le donne di Campigli sono prigioniere: resta in lui forse la paura dell’abbandono, il desiderio di rinchiudere quello che di sua madre trova nelle altre donne, e di tenerlo solo per sé.