Massimo Campigli con il cane RAS, Saint-Tropez 1968.
Massimo Campigli con il cane RAS, Saint-Tropez 1968.

Con largo anticipo sul movimento giamaicano dei rasta, fondato da Bob Marley tra gli anni ’70 /80, Massimo Campigli attinge al mondo etiopico per dare il nome al suo fedele amico a quattro zampe.

Ci spiega però in un ‘intervista che il termine Ras non è da intendersi nell’accezione di piccola autorità locale ma fa riferimento piuttosto alla similitudine cromatica -sono entrambi piuttosto scuri- tra il pelo del cane e la pelle dei sudditi dell’ormai defunto Negus, gli abissini. Succeduto a Fiat, cane altrettanto amato, dal nome parimenti originale ma di cui non ho rintracciato la genesi, lo si vede in alcuni filmati sempre al fianco del pittore che per i suoi frequenti spostamenti tra Roma, Parigi e Saint-Tropez usava solo il treno o l’automobile proprio in funzione del suo compagno. Accucciato ai suoi piedi mentre dipinge o in passeggiata nel quartiere di Montparnasse, sulla spiaggia in inverno a Saint Tropez Ras è sempre con il suo padrone, “legati come salsicce” diceva Campigli. Ma il cane che compare anche in alcuni dipinti insieme alle donne non è sicuramente Ras: è naturalmente un simbolo, forse l’uomo dominato, in chiara posizione di inferiorità in questi universi femminili. È bello pensare guardando il pittore ormai anziano con il suo cane che anche Ras ha una funzione mitica: dopo essere stato suo compagno nel giorno della vita sarà la sua guida nella notte della morte.

scritto da Maria Cecilia Alberici