“Il canto dell’ultimo incontro”, Anna Achmatova e Amedeo Modigliani

“Tutto il divino scintillava in Modigliani solo attraverso una tenebra. Era diverso, del tutto diverso da chiunque al mondo. La sua voce mi rimase in qualche modo per sempre nella memoria”.

Così Anna Achmatova, la più prestigiosa rappresentante della poesia russa novecentesca, ricordava nel 1958 il grande pittore, nonché intimo amico di giovinezza, nel volume “Le rose di Modigliani”.

È il 1910 ed Anna è in viaggio di nozze a Parigi a seguito del matrimonio con il poeta e critico Nikolaj Gumilëv, fondatore del movimento culturale acmeista. Nel tepore di fine giugno, il fermento intellettuale che animava la Ville Lumière d’avant guerre si riversava nei boulevard, sostando nei tanti café, bistrot e cabaret di Montparnasse. Ed è proprio qui, precisamente nel famoso locale “La Rotonde”, che lo sguardo della poetessa si intreccia per la prima volta con quello di Modì, di poco più grande, per non lasciarlo più. Era ritenuta una delle donne più incantevoli del suo tempo: il corpo sottile e slanciato, gli occhi penetranti e malinconici e il fascino sensuale di una femminilità misteriosa pare che fecero invaghire di lei anche lo zar Nicola II. Amedeo, superato l’abbagliamento iniziale, si presenta a quella donna dai lineamenti tanto eleganti, mostrandole i pochi segni appena tracciati a matita sul suo blocco: un veloce scambio di parole (il marito l’aspettava fuori dal cafè) e una promessa, rincontrarsi l’indomani. Seguono pochi rapidi incontri, terminati con lo scambio degli indirizzi.

Anna Achmatova

“Quell’anno lo vidi pochissimo, solo alcune volte. Nondimeno egli mi scrisse durante tutto l’inverno…”.

L’anno successivo Anna torna a Parigi per poter riassaporare a pieno quel rapporto così bruscamente interrotto.

“Modigliani amava di notte errare per Parigi e spesso, ascoltando i suoi passi nel silenzio assonnato della via, mi avvicinavo alla finestra e, attraverso la gelosia, seguivo la sua ombra, che indugiava sotto le mie finestre”.

Sboccia così tra i due giovani una profonda simpatia e amicizia (forse anche amore, come piace credere a molti?) che si consumò nelle tante ore passate a spasso per la città, tra visite al Louvre e poesie di Verlaine recitate dalle panchine del Luxembourg.

“A quel tempo s’infervorava per l’Egitto. Mi conduceva al Louvre a visitare il reparto egiziano, assicurandomi che “tout le reste” non meritasse attenzione. Disegnò la mia testa con gli addobbi delle regine egiziane e pareva del tutto ammaliato dalla grande arte dell’Egitto”.

In quelle settimane Modigliani traccia sedici disegni e alcune sculture di Anna, spediti successivamente a Pietroburgo: “Mi disegnava non dalla natura ma a casa mia e questi disegni me li regalava”. Il fato vuole che soltanto uno tra questi fogli, custodito con grande amore dalla donna, sia sopravvissuto al fermento distruttore della Rivoluzione d’Ottobre e della guerra civile. L’impostazione del disegno è ancora di matrice scultorea: pochi semplici tratti delineano con decisione la silhouette di Anna con la testa chinata in un’espressione composta e incorniciata dai capelli raccolti. Una rappresentazione rarefatta, silenziosa e toccante che prelude alla nota poetica dell’eleganza sfuggente e misteriosa che contraddistinguerà l’opera pittorica dell’artista livornese: l’intensità ammaliante dei colori si aggiungerà ad una figura femminile la cui enigmatica assenza è già qui pienamente compiuta.

Mi diverte quando sei ubriaco e nelle tue storie non c’è senso. Un autunno precoce ha sparpagliato gialli stendardi sugli olmi. Ci addentrammo in un falso paese, ora ce ne pentiamo amaramente, ma perché sorridiamo di un sorriso strano e raggelato? Al posto di una pacifica gioia volevamo un dolore che mordesse… no, non lascerò il mio compagno dissoluto e tenero.

Anna Achmatova, 1911, Amedeo Modigliani

Tornando agli incontri di quel 1911 parigino, l’Achmatova ricorda nelle sue memorie uno degli episodi più celebri e simbolici della loro breve relazione:

“Una volta non fummo chiari nel fissare un appuntamento e, passando da lui, non lo trovai a casa. Decisi allora di aspettarlo. Tenevo tra le braccia un mazzo di rose rosse. Una finestra sopra le porte chiuse del laboratorio era aperta, e da lì iniziai a gettare rose nell’atelier. Poi, senza attendere il suo ritorno, me ne andai. Quando ci incontrammo, egli mi manifestò il suo stupore: come avevo potuto penetrare nella stanza chiusa, senza la chiave? Gli spiegai quello che avevo fatto. ‘Non è possibile: erano sparse per terra così bene!’”.

Chi volesse leggere tra le righe di questo episodio la metafora della musa che riempie di colore e Primavera lo studio spoglio dell’artista forse non si allontanerebbe troppo dal vero.

“Probabilmente io e lui non si capiva una cosa fondamentale: tutto quello che avveniva era per noi la preistoria della nostra vita: la sua molto breve, la mia molto lunga. Il respiro dell’arte non aveva ancora bruciato, trasformato queste due esistenze e quella doveva essere l’ora lieve e luminosa che precede l’aurora. Ma il futuro che com’è noto, getta la sua ombra prima di attuarsi, batteva alla finestra, si nascondeva dietro i lampioni, intersecava i sogni e spaventava con la terribile Parigi baudelairiana che si nascondeva in qualche posto, lì accanto”.

Ritratto fotografico di Amedeo Modigliani, 1909, Firenze, Collezione privata
(foto Salvini)

Quell’esistenza giovane e leggera, vissuta all’ombra della fama artistica in vita per l’una e perlopiù postuma per l’altro, è sfumata in appena una stagione. La guerra e il regime sovietico li separeranno per sempre, Modì trovò la tragica morte appena nove anni dopo il loro ultimo incontro. Resta il ricordo di un affascinante capriccio della Storia che ha voluto segnare due tra le sue anime più sensibili in un incontro quanto mai fertile per l’arte del secolo breve.

“Quando facevo parte della direzione dell’Unione degli Scrittori, […] qualcuno, durante una riunione, mi passò il numero di una rivista d’arte francese. L’aprii… Una fotografia di Modigliani… una croce… un grande articolo tipo necrologio… Seppi dall’articolo che egli era un grande artista del XX° secolo (ricordo che veniva, in quell’articolo, paragonato a Botticelli), che su di lui c’erano molte monografie inglesi ed italiane…”. “Sempre circondato da un compatto anello di solitudine… mi ripeteva sempre: ‘On communique’. Spesso diceva: ‘Il n’y a que vous pour réaliser cela’”.

“Il canto dell’ultimo incontro”

Così debole il petto intirizziva,
ma i miei passi erano lievi.
Nella mano destra infilai
Il guanto della sinistra.
Parevano molti i gradini,
ma io sapevo che erano tre soli!
Un bisbiglio autunnale tra gli aceri
Supplicò:“Muori con me!”
Sono ingannato dalla mia sorte
Squallida, volubile, maligna”.
Risposi:“Mio caro, mio caro!
Io pure. Morrò con te…”
Questo è il canto dell’ultimo incontro.
Volsi lo sguardo sulla casa buia.
Soltanto nella camera ardevano candele
D’una fiamma indifferentemente gialla.

Tutte le citazioni sono prese da testi e scritti di Anna Achmatova.

Autore: Federico Bonezzi

Già laureato in economia e management per l’Arte, Cultura e Comunicazione presso l’università Bocconi ed ex studente della University of British Columbia, frequenta attualmente il master nella medesima disciplina. É appassionato di Letteratura e arti visive ed è interessato alla valorizzazione dell’heritage e del territorio.


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