Arte e artisti

Il più importante nucleo di pittura impressionista francese in Italia si trova vicino a Parma

Claude Monet, Falaises à Pourville, soleil levant, 1897, Fondazione Magnani-Rocca
Claude Monet Falaises à Pourville,soleil levant,1897, olio su tela cm 66 x 101

Il più importante nucleo di pittura impressionista francese in Italia è nella Villa dei Capolavori della Fondazione Magnani-Rocca, a Mamiano di Traversetolo, a mezz’ora da Parma. La collezione di Luigi Magnani riunisce Falaises à Pourville, soleil levant di Claude Monet (1897), due oli di Pierre-Auguste Renoir, sei opere di Paul Cézanne (un olio e cinque acquerelli), due opere su carta di Henri Matisse e la Vue des quais de Paris di Nicolas de Staël (1954). Le opere sono esposte tutto l’anno al primo piano della Villa dei Capolavori e si vedono con il biglietto d’ingresso, senza prenotare.

Sopra il camino dello studio di Luigi Magnani c’era un acquerello di Paul Cézanne: una tazza e un piatto di ciliegie, dipinti intorno al 1890 con poche pennellate e molta carta lasciata bianca. Una sera di nebbia Magnani fece chiamare a Mamiano Lucia Fornari Schianchi e monsignor Marocchi per mostrare loro una tavoletta senese appena arrivata. Prima di sollevare il panno che la copriva, racconta Fornari Schianchi, alzò gli occhi verso Cézanne, «quasi per chiedere scusa del tradimento momentaneo».

È un gesto da innamorato più che da proprietario, e dice della collezione francese della Villa dei Capolavori più di qualsiasi inventario. Oggi quella tazza di ciliegie è al primo piano, accanto ad altri quattro acquerelli e a un olio di Cézanne, a un’alba di Claude Monet, a due tele di Pierre-Auguste Renoir, a Matisse e a de Staël. Messi insieme, questi quadri raccontano la pittura francese da Monet in poi. Presi uno per uno, raccontano l’uomo che li ha scelti.

L’Italia prende in prestito gli impressionisti ogni anno

Chi frequenta le mostre italiane conosce la scena: l’Impressionismo torna ogni stagione, con le file all’ingresso e i manifesti in stazione. Solo nel 2026 sono arrivati capolavori dal Detroit Institute of Arts all’Ara Pacis di Roma, dal Toledo Museum of Art a Treviso, dal Kunst Museum di Winterthur a Udine. Le opere attraversano l’oceano, restano qualche mese e ripartono.

Le collezioni permanenti raccontano un’altra storia. Nei musei pubblici italiani gli impressionisti sono presenze rare: alla Galleria d’Arte Moderna di Milano c’è un Cézanne, I ladri e l’asino; alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ci sono le Ninfee rosa di Monet e Le Cabanon de Jourdan di Cézanne. Il nucleo più importante, con Monet, Renoir e sei Cézanne sotto lo stesso tetto, sta fuori dalle città, nella campagna a sud di Parma. E qui nessuno ha chiesto prestiti: i quadri li ha scelti un uomo, uno alla volta.

Cézanne lasciò l’Italia negli anni Trenta e Magnani lo riportò indietro

All’inizio del Novecento l’Italia aveva i suoi Cézanne. Li possedevano a Firenze collezionisti come Fabbri, Loeser e Sforni. Alla loro morte, negli anni Trenta, quei quadri lasciarono il Paese, e nelle collezioni italiane ne restarono poche tracce.

Sui libri lo aveva scoperto Giorgio Morandi, che studiava le riproduzioni del volume di Vittorio Pica Gl’Impressionisti francesi. Poi, a Roma nel 1911, lo vide dal vero, davanti a un’intera parete di acquerelli, e non se lo tolse più di dosso. Magnani, suo amico per quarant’anni, arrivò a Cézanne passando da lui: «Mi piaceva molto la sua essenzialità, la sua semplicità, il suo rigore. Per questo ho amato tanto Cézanne attraverso di lui».

All’inizio degli anni Settanta Magnani comprò gli acquerelli, «con la consapevolezza di risarcire l’Italia dell’assenza in collezioni pubbliche delle opere più rivelatrici di uno dei padri del Novecento». Li voleva perché erano «così cerebrali»: pochi tocchi di colore, la forma costruita per piani, la carta che respira tra un segno e l’altro. Rainer Maria Rilke, che nel 1907 a Parigi riempiva lettere intere di Cézanne, trovò quegli acquerelli luminosi «come l’eco di una melodia». È un’immagine adatta a un collezionista che era anche musicologo.

Accanto ai fogli c’è un olio, Esquisse de baigneuses (1900-1906), legato alle Grandes baigneuses del Philadelphia Museum of Art. Era già stato a Milano, nella collezione di Carlo Frua De Angeli, prima di passare dalla Galerie Beyeler di Basilea: con Magnani è rientrato in Italia. Con sei opere, la sala dei Cézanne è per Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione, «unica in Italia», testimonianza «di collezionismo colto e raffinatissimo». Il dialogo con Morandi continua nella pagina su Cézanne e Morandi.

In questa ostinazione privata c’è qualcosa di civico. Un uomo compra quadri per colmare un vuoto del Paese, poi trasforma la propria casa in una fondazione perché quei quadri restino a tutti.

Paul Cézanne, Paysage provençal, 1900-1904, Fondazione Magnani-Rocca
Paul Cézanne, Paysage provençal, 1900-1904, matita e acquerello su carta. Il foglio è appartenuto a Henri Matisse

Due Cézanne di Mamiano sono appartenuti a Henri Matisse

Le provenienze di questi fogli si leggono come un piccolo romanzo del collezionismo moderno. Arbres viene dal mercante Ambroise Vollard, l’uomo che aveva dato a Cézanne la sua prima mostra personale. Corbeille de fruits apparteneva al figlio del pittore, poi a Bernheim-Jeune e ad Heinz Berggruen. Tasse et plat de cerises è passato da Paul Rosenberg, ha attraversato l’oceano ed è tornato in Europa.

Maison et bosquet e Paysage provençal hanno avuto un proprietario speciale: Henri Matisse, che considerava Cézanne il suo maestro. Nel 1899, giovane e senza soldi, Matisse aveva comprato da Vollard le Tre bagnanti di Cézanne e le aveva tenute con sé per trentasette anni, prima di donarle alla città di Parigi. Paysage provençal era il più importante dei sei acquerelli di Cézanne che possedeva. Dalla sua casa i due fogli passarono al figlio Jean, poi al mercante parigino Jacques Dubourg e da lì, per strade diverse, a Mamiano.

Così Matisse entra due volte nella Villa dei Capolavori: come custode di due Cézanne e come autore. La collezione conserva la sua Odalisque sur la terrasse (1922), acquatinta a colori incisa da Jacques Villon da un olio dell’anno prima e firmata da Matisse, e la litografia Danseuse (1927). Nel 1982 il figlio del pittore, il mercante Pierre Matisse, fu ospite di Magnani a Mamiano. È una genealogia che nessun allestimento potrebbe inventare: il maestro, il pittore che ne conservava i fogli, il collezionista che li ha riuniti.

Il Monet di Mamiano ha attraversato due continenti prima di arrivare nella Villa dei Capolavori

Claude Monet dipinse Falaises à Pourville, soleil levant tra gennaio e marzo del 1897, in una serie di cinque vedute della stessa scogliera normanna all’alba. Il mercante Paul Durand-Ruel lo comprò l’anno dopo, e da lì cominciò un viaggio di ottantacinque anni: Londra nel 1905, Chicago nel 1915, dal 1933 in deposito all’Art Institute, poi New York, un’asta di Sotheby’s a Londra nel 1962, Parigi nel 1982. Luigi Magnani lo acquistò nel 1983, un anno prima di morire. È tra gli ultimi quadri entrati nella sua collezione.

Claude Monet, Falaises à Pourville, soleil levant, 1897, Fondazione Magnani-Rocca
Claude Monet, Falaises à Pourville, soleil levant, 1897, olio su tela, 66 × 101 cm

Magnani ne scrisse come di un’immagine di pace: «quasi il primo mattino del mondo, quando la natura s’illumina nella sua purezza virginale […]; vi è dipinto un attimo e un eterno, in esso tutto è natura e tutto è spirito». Roberto Tassi aveva visto la stessa cosa da critico: Monet cercava «lo spessore del tempo», e l’istante dipinto era «la somma di infiniti istanti».

Oggi che fotografiamo tutto e non guardiamo quasi niente, l’idea suona attuale. Monet faceva il contrario dello scatto: tornava sullo stesso punto, aspettava la luce giusta, accumulava sguardi finché l’attimo diventava durata. Quando Magnani viveva a Mamiano, il quadro stava nella Sala Rossa, accanto ai fondi oro senesi: un’alba normanna e il cielo d’oro di un pittore del Quattrocento, due modi di dipingere la luce a più di quattro secoli di distanza.

Monet morì a Giverny il 5 dicembre 1926. Cento anni dopo, chi cerca un suo quadro in Italia lo trova soprattutto nelle mostre temporanee; tra quelli visibili tutto l’anno ci sono le Ninfee rosa di Roma e questa scogliera. Chi arriva qui dalle Ninfee di Monet ritrova la stessa ossessione vista da un altro lato: l’acqua, l’aria e la luce che cambiano a ogni minuto, fermate su una tela di 66 per 101 centimetri.

Renoir dipinse Les poissons due anni prima di morire

Paysage de Cagnes (1905-1908) e Les poissons (1917) vengono dall’ultima stagione di Renoir, quella di Cagnes, dove si era trasferito nel 1903, malato di una grave forma reumatica. La pennellata si fa veloce, sovrapposta, quasi arruffata, e i contorni si sciolgono nel colore. Ardengo Soffici lo descrisse al lavoro: «A poco a poco la tela si copre di tocchi minuti e smaglianti, le tinte si armonizzano, cantano; l’immagine s’anima, vibra, vive splendidamente ed è ancora della primavera e della gioventù!».

Pierre-Auguste Renoir, Paysage de Cagnes, 1905-1908, Fondazione Magnani-Rocca
Pierre-Auguste Renoir, Paysage de Cagnes, 1905-1908, olio su tela

Magnani comprò Les poissons nel 1969 alla Galerie Krugier di Ginevra, due anni dopo la morte della madre Eugenia. In quel Renoir trovava «un’idea di natura e colore che ripristina i contatti con la vita».

C’è poi un Renoir che parla di musica, la passione di Magnani musicologo: la litografia del Ritratto di Richard Wagner (circa 1900). Nasce da un incontro avvenuto a Palermo nel gennaio 1882, durante il viaggio in Italia in cui Renoir vide Raffaello a Roma e gli affreschi di Pompei, e tornò in Francia deciso a ritrovare il disegno. Wagner gli concesse una seduta di trentacinque minuti. In una casa costruita intorno alla musica, è difficile immaginare un ospite più adatto.

Nicolas de Staël chiude il racconto francese a Parigi

La pittura francese di Mamiano finisce dove era cominciata, sulla luce. Vue des quais de Paris di Nicolas de Staël, olio del 1954, arrivò dalla galleria di Jacques Dubourg, lo stesso mercante da cui erano passati i due Cézanne appartenuti a Matisse. Roberto Tassi scrisse che in queste tele de Staël «interna la luce alla materia, fonde il terrestre e l’aereo». Più di mezzo secolo dopo Pourville, la luce che Monet inseguiva sulla scogliera è diventata pasta di colore stesa a spatola.

Il catalogo racconta che quella veduta azzurra e bianca coinvolse Magnani fino alle lacrime.

Luigi Magnani sceglieva i quadri per la forma

«Il rapporto che amo con l’opera d’arte è quello che si riferisce esclusivamente alla forma», diceva Magnani. E altrove: «Ciò che mi affascina è la forma, tanto è vero che tra i moderni ho scelto Cézanne e Morandi, che non hanno nessun contenuto». Il nucleo francese segue questa idea con coerenza: un’alba sul mare, un paesaggio della costa, dei pesci, frutta sul tavolo, alberi, una città vista dall’alto. Poca aneddotica, molta pittura.

Magnani non teneva i francesi in un reparto a parte. Nella sua casa, come è stato scritto, «Carpaccio dialoga con Monet, Cézanne con Tiziano». Non amava nemmeno essere chiamato collezionista: diceva di avere un museo immaginario, fatto delle opere che aveva più amato. L’espressione richiama André Malraux, ma a Mamiano il museo immaginario ha pareti vere, finestre sul parco e un camino.

Negli anni Trenta Cézanne aveva lasciato l’Italia. Quarant’anni dopo, un uomo che rifiutava il titolo di collezionista lo ha riportato in una casa di campagna vicino a Parma, insieme ai pittori che gli stavano intorno: Monet, Renoir, Matisse, de Staël. È qui, nella Villa dei Capolavori, il più importante nucleo di pittura impressionista francese in Italia.

Gli impressionisti a Parma si vedono tutto l’anno

Le mostre sugli impressionisti arrivano e ripartono; la collezione di Luigi Magnani resta. Le sale dei maestri francesi sono al primo piano della Villa dei Capolavori, nelle stanze che un tempo erano delle donne di casa, a Mamiano di Traversetolo: circa mezz’ora da Parma in auto, in taxi o in autobus (come arrivare). La collezione permanente si visita con lo stesso biglietto della mostra in corso e del Parco Romantico, senza prenotazione. Giorni e orari di apertura sono nella pagina Orari e biglietti.

La collezione Magnani conserva tredici opere francesi da Monet a de Staël

  • Claude Monet, Falaises à Pourville, soleil levant, 1897, olio su tela, 66 × 101 cm
  • Pierre-Auguste Renoir, Paysage de Cagnes, 1905-1908, olio su tela, 34,5 × 50 cm
  • Pierre-Auguste Renoir, Les poissons, 1917, olio su tela, 40 × 51,5 cm
  • Pierre-Auguste Renoir, Ritratto di Richard Wagner, circa 1900, litografia
  • Paul Cézanne, Esquisse de baigneuses, 1900-1906, olio su tela, 64,5 × 81 cm
  • Paul Cézanne, Arbres, 1887-1890, matita e acquerello su carta
  • Paul Cézanne, Tasse et plat de cerises, circa 1890, matita e acquerello su carta, 38 × 49 cm
  • Paul Cézanne, Maison et bosquet, circa 1890, matita e acquerello su carta
  • Paul Cézanne, Corbeille de fruits, circa 1890, matita e acquerello su carta
  • Paul Cézanne, Paysage provençal, 1900-1904, matita e acquerello su carta
  • Henri Matisse, Odalisque sur la terrasse, 1922, acquatinta a colori
  • Henri Matisse, Danseuse, 1927, litografia
  • Nicolas de Staël, Vue des quais de Paris, 1954, olio su tela, 89 × 118 cm

Sulla carta la collezione conserva anche Édouard Manet (Profilo di Baudelaire col cappello) e Jean-Auguste-Dominique Ingres (Il medico Philippe Petit-Radel, 1811).

Domande frequenti

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Dove vedere gli impressionisti in Italia?

Il più importante nucleo di pittura impressionista francese in Italia è nella Villa dei Capolavori della Fondazione Magnani-Rocca, a Mamiano di Traversetolo (Parma): Monet, Renoir, sei opere di Cézanne, Matisse e de Staël, esposti tutto l’anno. Opere singole si trovano anche alla Galleria d’Arte Moderna di Milano e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Dove vedere un Monet in Italia tutto l’anno?

Nella Villa dei Capolavori, vicino a Parma, dove è esposto Falaises à Pourville, soleil levant (1897), e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, che conserva le Ninfee rosa.

Quante opere di Cézanne ci sono alla Fondazione Magnani-Rocca?

Sei: l’olio Esquisse de baigneuses (1900-1906) e cinque acquerelli, Arbres, Tasse et plat de cerises, Maison et bosquet, Corbeille de fruits e Paysage provençal. Due di questi fogli sono appartenuti a Henri Matisse. La sala dei Cézanne è unica in Italia.

Ci sono impressionisti da vedere a Parma?

Sì, tutto l’anno: la collezione permanente della Fondazione Magnani-Rocca, a mezz’ora da Parma, espone Monet, Renoir, Cézanne e Matisse al primo piano della Villa dei Capolavori.

Le opere di Renoir, Cézanne e Matisse sono esposte?

Sì. Dal 3 settembre 2026 le tre opere ritrovate dai Carabinieri ad agosto sono di nuovo nella collocazione voluta da Luigi Magnani.

Perché Luigi Magnani collezionava Cézanne?

Per la forma. Magnani diceva di aver scelto, tra i moderni, Cézanne e Morandi; amava Cézanne anche attraverso l’amicizia con Morandi, e acquistò gli acquerelli per risarcire l’Italia dell’assenza di Cézanne nelle collezioni pubbliche.

Serve prenotare per vedere la collezione?

No. Il biglietto comprende la collezione permanente, la mostra in corso e il Parco Romantico, e non serve prenotare.

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